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L’effetto Vannacci sconquassa il centrodestra: ecco come cambiano i voti e le alleanze in Veneto

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09.08.2026

L’irruzione di Vannacci sta sconquassando lo scenario del centrodestra veneto. Lega e Fratelli d’Italia ballano sulle montagne russe, discese ardite più che risalite. Della Lega sappiamo tutto, il disastro l’ha combinato Salvini e gli aggiornamenti cambiano poco: basta dire che i leghisti veneti sono sempre lì a consolarsi con Luca Zaia pronto a partire ma che non parte mai.

Di Fratelli d’Italia, di questa generazione di quarantenni trasportati in carrozza nella stanza dei bottoni del Veneto dal successo travolgente di Giorgia Meloni, sappiamo molto meno.

Non hanno avuto neanche il tempo di metabolizzare il 18,7% delle regionali, arrivato come una batosta dopo il mirabolante 37,6% delle europee, che già si trovano dentro alla tempesta perfetta. L’ex generale è un’idrovora applicata allo zoccolo duro dell’elettorato di destra, capace di risucchiare consensi in grado di portarlo, dicono a Strasburgo dove lui da parlamentare europeo è di casa, tra il 12 e il 15%.

Come si sta riorganizzando il centrodestra

Esagerazioni probabilmente, ma la paura si tocca con mano se anche il giovane capogruppo di Fdi in Consiglio regionale Claudio Borgia va in televisione a rivendicare il cordone ombelicale con il Msi: «Se un elettore è disorientato», gli è capitato di dire, «posso garantire che la destra c’è, la destra è Fratelli d’Italia che prima era An che prima era Msi». Che prima era nella Repubblica di Salò con Giorgio Almirante, questo Borgia non l’ha aggiunto (ad un dibattito su Tva Vicenza) ma se torniamo al via come nel gioco dell’oca, il collegamento è automatico.

Il passaggio colpisce perché Borgia è uno molto attento a tenersi alla larga dalle nostalgie missine.

«Il Msi era votato da tante persone», aggiusta il tiro quando gli facciamo la domanda precisa, «avevamo una percentuale nazionale tra il 6 e l’8%, adesso siamo votati dal 37% degli italiani, non vorremmo sostenere che sono tutti nostalgici della repubblica di Salo». Certo che no. Ma rivoltare la giacca ogni tanto e mostrare che la Fiamma non è mai cambiata, aiuta a frenare l’emorragia.

Ma quale emorragia, va negando sui giornali il numero Uno di Fdi nel Veneto, Raffaele Speranzon, coordinatore regionale: «Non vedo amministratori di Fratelli d’Italia che lasciano il partito, non vedo particolari spostamenti nel territorio».

Perché Speranzon usa gli occhiali del partito: se limitiamo gli “spostamenti nel territorio” alla classe dirigente di Fdi ha ragione, ma è comprensibile. Fino al 2022 Fratelli d’Italia stazionava al 9,6% di gradimento politico dei veneti e al 4,3% degli italiani. Era un gruppetto dei ragazzi del coro di centrodestra, anche se faceva sentire bene la voce. L’apparato del partito rispettava queste grandezze, non a caso l’unico nome di dirigente passato con Vannacci che gira nelle cronache venete (finora) è quello di Joe Formaggio, consigliere regionale non rieletto, personaggio discusso, per un periodo sospeso anche dal partito.

Gli “spostamenti nel territorio” che contano sono altri, riguardano la base degli elettori e qui c’è un mondo intero in trasferimento. Siamo sempre all’oste che parla di se stesso, ma a sentire il luogotenente di Vannacci Stefano Valdegamberi, trasformatosi in pochi anni da mite consigliere dell’Udc al “Ringhio” della squadra del generale (una metamorfosi politica da studio), non si contano più i comitati che nascono per sostenere la Causa, gli amministratori locali che bussano alla porta, i cittadini che chiedono l’iscrizione. A maggio erano 11.000 gli iscritti a Futuro Nazionale, 170 i comitati.

«Non guardo neanche più i numeri», risponde Valdegamberi, «non sono in grado di aggiornare gli elenchi. In tanti anni che faccio politica non ho mai visto un fenomeno simile, un’esplosione così. Ho il telefono intasato, mi chiamano anche da fuori regione, da Caserta perfino. Mi fermano per strada, sto girando il Veneto come una trottola, sono stato in Friuli, non ho più tempo per me».

Se ne deduce che con la velocità con cui sono arrivati i voti di Fratelli d’Italia rischiano di andarsene. Nel partito si consolano mettendo la Lega in pole position nell’orbita di attrazione fatale di Vannacci. Potrebbe essere, se pensiamo che lo stesso Valdegamberi deve la rielezione in Consiglio regionale del Veneto al generale, il quale a ottobre era vice di Salvini e ha preteso l’inserimento in lista di Valdegamberi “in quota Vannacci”.

Poi a febbraio il generale ha salutato la Lega e Valdegamberi è passato nel gruppo misto, diventandone vicepresidente. Presidente è chi arriva per primo e gestisce come vuole i fondi, il personale, la sede: nel caso è stata Sonia Brescacin, fedelissima di Luca Zaia, uscita dalla Lega il giorno dopo le elezioni per delusione da mancata nomina ad assessore, ma in evidente accordo con Zaia per occupare la posizione.

Intercettiamo Valdegamberi a Nove, nel Vicentino, dove l’hanno invitato per presentare 7 nuovi comitati di Futuro Nazionale. Sala piena alle 11 di mattina. «Non sono qui per fare campagna acquisti, io vado dove mi chiamano», dice. «Queste persone sono responsabili di circolo e nomi storici di Fratelli d’Italia dell’Altopiano di Asiago, del Bassanese, della Pedemontana. Se devo fare un confronto con la Lega, direi che oggi nel Veneto quelli di Fratelli d’Italia che ci cerano sono il doppio dei leghisti.

Ma arrivano anche da Forza Italia, a Verona il primo consigliere comunale che ha aderito a Futuro Nazionale è stato un forzista. Un trenta per cento invece è gente che non va a votare, mi stupisce che siano soprattutto giovani ventenni».

Questa crescita tumultuosa pone un problema serio all’organizzazione, che non riesce a starci dietro. Non solo per registrare gli afflussi: i trombati e i carrieristi emarginati dagli altri partiti che saltano sul carro di Vannacci non lo fanno gratis, puntano a ricandidature facili. Valdegamberi garantisce che verrà fatta una drastica selezione, ma intanto imbarca gente. L’inquadramento di Futuro Nazionale comincerà a settembre con la nomina di commissari regionali e provinciali, informa Valdegamberi, secondo criteri che inventerà il generale. Ma Vannacci non ha fatto l’accademia militare per niente.

L’uomo è intelligente, scaltro, soprattutto abile comunicatore. Non fa politica come il generale Pappalardo. Dice cose che le persone di destra vogliono sentirsi dire ma lo fa in modo professionale. Usa le parole chiave di Giorgia Meloni per contestare quello che il governo non ha fatto.

Non pesca nel centrosinistra, affascina solo l’elettorato di destra. Lega e Fdi cercano di arginarlo, pur sapendo di averne disperato bisogno. Il centrosinistra lo demonizza, cercando di usarlo come cuneo per spezzare l’unità del centrodestra e avere via libera. Il generale ringrazia entrambi per l’attenzione, da cui guadagna. Tutto in vista delle elezioni politiche dell’anno prossimo, dove avremo un effetto Meloni e un effetto Zaia in netto ribasso e un effetto Vannacci in forte rialzo.

Il caso di Rovigo: le liti in Fdi e l’esodo verso Fn

Raccontano che a Rovigo per trasformare la sede provinciale di Fratelli d’Italia in quella di Futuro Nazionale è bastato levare la gigantografia della fiamma tricolore, metterci la foto di Vannacci e tutto il direttivo è passato con il generale. Ma sono esagerazioni, non tutto il direttivo: solo la consigliera comunale Cristina Folchini e l’ex capogruppo Aniello Piscopo, che peraltro si è portato dietro un’ottantina di iscritti.

Anche la storia dello sfratto a Fdi perché non pagava l’affitto è romanzata: il proprietario dello stabile Diego Melloni, primo dei non eletti in consiglio comunale di Fdi, l’aveva messa a disposizione del partito gratuitamente. L’idea dello sfratto viene dalle insegne di Fratelli d’Italia smobilitate a favore di telecamera, ma il partito aveva già trovato un’altra sede. Quanto a Melloni, dopo che ha mollato Fdi ed è passato in Futuro Nazionale ha subito informato di aver messo a disposizione la sede gratuitamente anche per Vannacci. Uomo di larghe vedute, questo Melloni, oltre che di portafoglio adeguato. Evidentemente un incompreso da Fratelli d’Italia.

Non sono pochi questi incompresi a Rovigo, che pure è stata la provincia dove la lista di Fdi è stata più votata alle regionali, dopo Belluno caso a parte cu cui torneremo: 22,3% a Rovigo contro il 18,7% media regionale. Aniello Piscopo sostiene che mettendo insieme i fuoriusciti del capoluogo con quelli di Adria, Rosolina, Porto Viro, Lendinara e altri Comuni minori, sono centinaia gli iscritti di Fdi che se la sono data a gambe per arruolarsi nelle file del generale.

«Colpa della grande litigiosità che circola nel partito ai livelli di vertice», spiega Piscopo, richiesto dei motivi di questa diaspora. «Una litigiosità per questioni minori, ambizioni personali perseguite accanitamente dimenticando i problemi del territorio. Io rimprovero soprattutto questo alla dirigenza, la mancanza di idee e di visione, per esempio l’aver abbandonato la grande progettazione stradale per la Transpolesana e la Romea».

Piscopo si appella alla Regione, cita Silvano Vernizzi buonanima che fu direttore generale di Veneto Strade e molto altro, Isi Coppola assessore regionale con Giancarlo Galan, Renzo Marangon leggermente fuori contesto perché era di Forza Italia. Nomi di politici che a Rovigo ricordano ancora tutti, anche se andavano forte prima di Luca Zaia.

Ma il Polesine è rimasto ancora quello di 15 anni fa: rallentato a nord da una Romea impercorribile, frenato a ovest da una Transpolesana senza innesti nella statale, con il mare a est e il Po a sud, che avvenire può aspettarsi, passare con Ferrara? Chissà se questi argomenti interesseranno il congresso

provinciale di Fratelli d’Italia, in programma a Rovigo il 31 luglio, convocato per chiudere il periodo di........

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