Il titolo di studio che non basta: la lezione della Cina
Dodici milioni e settecentomila laureati cinesi sono usciti quest'anno dalle università per entrare in un imbuto. Centocinquanta candidature inviate, nessuna risposta: è la storia di Jasmine, ventidue anni, laureata in contabilità a Shanghai. Non è pigrizia, non è impreparazione. È un mercato che, oggi, ha smesso di avere bisogno di lei e di migliaia di giovani con un profilo simile.
Il Guardian racconta questa stagione di lauree cinesi come una stagione di lutto mascherato da festa. Il tasso di disoccupazione giovanile, pari al 15,6 per cento, è vicino a quello italiano, pur con differenze nei criteri di rilevazione.
Ma la Cina rende visibile, in forma più estrema, un fenomeno che altrove procede più lentamente e per questo rischia di passare inosservato. Il rallentamento dell'economia, la crisi del settore immobiliare, il numero crescente di laureati e la trasformazione tecnologica stanno comprimendo gli sbocchi professionali.
In questo contesto, l'intelligenza artificiale e l'automazione stanno accelerando una tendenza già in atto: i lavori ripetitivi e le mansioni di ingresso, un tempo porta d'accesso alle professioni, sono anche quelli più facili da automatizzare.
Pechino ha reagito come solo uno Stato fortemente centralizzato può fare: ha ridisegnato l'offerta universitaria eliminando circa dodicimiladuecento corsi di laurea, in larga parte umanistici e linguistici, e aprendone oltre diecimila in........
