Enrico Pedenovi, una storia degli Anni di Piombo: il mite consigliere provinciale dell’Msi ucciso perché era un “bersaglio facile”
I funerali di Enrico Pedenovi (nel riquadro): a portare la bara, fra gli altri, il segretario dell’Msi Giorgio Alimirante e il parlamentare missino Franco Servello
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Era passato un anno esatto dalla morte di Sergio Ramelli, il 18enne militante del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Msi) che il 13 marzo 1975 venne aggredito sotto casa, in via Paladini, a colpi di chiave inglese da esponenti di Avanguardia operaia e morì dopo 47 giorni di agonia il 29 aprile 1975.
Il volume
L’anno scorso cadeva il 50° anniversario della morte di Ramelli, mentre quest’anno cadrà il 50° anniversario della morte di Pedenovi. Un libro racconta la vita e la tragica morte del politico missino, con testimonianze inedite delle due figlie del consigliere provinciale. Tra gli autori indicati, oltre agli estensori Guido Giraudo e Luca Bonanno, ci sono non a caso anche Giovanna e Beatrice Pedenovi. Il saggio, pubblicato da Idrovolante Edizioni, si intitola “Enrico Pedenovi. Testimone di libertà“ e ha una prefazione scritta dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che all’epoca dell’omicidio Pedenovi era un giovane dirigente del Msi: "Enrico, come testimoniano anche le persone intervistate, era un uomo dal carattere mite, dalle convinzioni forti e dalla coerenza incorruttibile".
Pedenovi, classe 1926, era stato un avanguardista nelle organizzazioni giovanili del regime fascista, poi volontario, a 18 anni, nella Repubblica sociale italiana italiana, arruolato come marò nella Xª Mas e, nel dopoguerra, dopo la laurea in Giurisprudenza alla Statale, aveva esercitato la professione di avvocato, ma senza mai dimenticare l’impegno politico: la sua iscrizione al Msi risale al 1956.
La mitezza
Uomo pacato, incline al dialogo – la figlia Giovanna ricorda che nei comizi il padre ammoniva i giovani di destra "di mantenere la calma ed essere disponibili al dialogo, al confronto" –, Pedenovi era entrato nel Comitato centrale del Msi nel 1969 ed era stato eletto consigliere provinciale a Milano nel 1970 e riconfermato nel 1975.
Sì, negli Anni di Piombo. La Russa, nella prefazione, sottolinea che "nessuno mi ha mai tolto dalla testa che in quel tragico 29 aprile (1976, ndr) Pedenovi fu scelto dalla ferocia del terrorismo comunista proprio per averlo individuato come facile “preda“, indifeso dalla loro vigliacca volontà di – con pochi rischi – dare un esempio, fedeli al motto caro alle BR: “Colpirne uno per educarne cento“".
I tre terroristi di Prima Linea – Enrico Galmozzi, Bruno La Ronga e Giovanni Sfefan, tutti condannati nel 1986 – spararono al consigliere provinciale del Msi di prima mattina, poco lontano dalla sua abitazione di viale Lombardia. Un delitto politico pianificato con cura.
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Il saggio di Idrovolante smentisce la tesi – ancora presente su Wikipedia – che la morte di Pedenovi possa essere letta come una rappresaglia per la morte del militante di estrema sinistra Gaetano Amoroso, accoltellato da estremisti di destra il 27 aprile 1976 dopo che la sede del Msi di via Guerrini era stata assaltata con lanci di bombe molotov. No, il delitto Pedenovi era stato pianificato da tempo. È lo stesso autore materiale del delitto, Galmozzi, ad ammetterlo: "Sarebbe banale ritenere che qualcuno, tra il 27 e la notte del 28 aprile, possa organizzare, scegliere un obiettivo ed eseguirlo. Nessuno decide, va e fa, nel giro di poche ore, un’azione che non è mai stata fatta in Italia".
Le minacce
Oltretutto, qualche segnale che Pedenovi fosse nel mirino dei terroristi era già arrivato nei mesi precedenti. Oltre a i nnumerevoli telefonate minatorie al numero del suo ufficio di avvocato, la settimana prima dell’agguato, sotto casa del politico missino era apparsa la scritta “10, 100, 1000 Ramelli“. Una chiara minaccia, tanto che Pedenovi – racconta la figlia Beatrice – su preghiera della moglie Ida "era andato qualche giorno a Lugano da amici ma era, poi, tornato per la seduta del Consiglio provinciale del 28 aprile".
In aula, quel giorno, Pedenovi parlò della situazione dell’ordine pubblico a Milano: "C’è una violenza che opera con un biglietto da visita ben chiaro, portando avanti una battaglia di colore rosso, di colore comunista con situazioni che tutti vedono giorno per giorno". È stato il suo ultimo discorso in pubblico.
L’omicidio
La mattina dopo, uscito di casa, fatta benzina e acquistati un paio di quotidiani, il consigliere del Msi è stato freddato. Nelle ore seguenti – particolare agghiacciante analizzato ad anni di distanza – l’intera zona intorno a viale Lombardia era stata blindata dai militanti dell’estrema sinistra per provare a impedire che gli iscritti al Msi andassero a portare un fiore o a pregare nel luogo del delitto.
Il prossimo 29 aprile saranno passati 50 anni da quell’assassinio che l’allora presidente della Camera e, in seguito, presidente della Repubblica Sandro Pertini definì "un misfatto che disonora chi lo ha commesso e che va esecrato da tutti gli uomini liberi e democratici". Mentre La Russa, 50 anni dopo, ripercorrendo la parabola della destra italiana, rende omaggio a Pedenovi con queste parole: "Grazie Enrico, senza di te non ce l’avremmo mai fatta".
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