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Comunali, l’analisi del sondaggista Amadori: “Siamo in una nuova fase per la città. Si parte da 0-0, sorprese possibili”

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09.03.2026

Alessandro Amadori, direttore scientifico di Yoodata e docente della Cattolica

Per approfondire:

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Milano – Alessandro Amadori, sondaggista, direttore scientifico di Yoodata e professore di Comunicazione politica alla Cattolica, manca poco più di un anno alle elezioni comunali. Chi parte in vantaggio, centrosinistra o centrodestra?

“Io partirei dallo spirito della città, dal “genius loci“. Bisogna sempre riconnettersi alla storia più profonda di un territorio per fare un’analisi elettorale. Milano è la città della trasformazione: cambia se stessa in funzione del tempo che vive. Questo succede dai tempi di Federico Barbarossa, che rase al suolo la città e ci sparse il sale perché non risorgesse. Ma Milano è immediatamente risorta più forte di prima. Ingabbiare il capoluogo lombardo in schemi politici di schieramenti rigidi è sbagliato. Milano è pragmatica e cerca un interprete del suo tempo. Negli ultimi decenni, il sindaco che meglio lo ha fatto è stato Gabriele Albertini, che ha interpretato la globalizzazione che stava arrivando. Ha interpretato il proprio tempo altrettanto bene Giuseppe Sala, quando ha saputo fare di Milano la città dell’Expo e cogliere la fase della maturità della globalizzazione. Ma ora siamo in una fase storica completamente diversa”.

In che senso?

“Milano attualmente sta iniziando a subire le conseguenze anche un po’ perverse della globalizzazione: eccesso di finanziarizzazione e di concentrazione della ricchezza, un capitalismo esclusivo e non più inclusivo, una modalità dell’abitare che è sempre più di palcoscenico piuttosto che di tessuto urbano. Fenomeni che Milano, in Italia, sta vivendo per prima. Quindi io penso che allo stato attuale i due schieramenti politici siano 50 a 50. Nessuno parte avvantaggiato, perché si apre una nuova fase. Insomma, si riparte dallo zero a zero. La partita è completamente aperta. Milano ha bisogno di un nuovo interprete dello spirito del tempo, qualcuno che nello stile milanese, che è quello delle leadership tranquille e silenziose (Albertini da sindaco aveva un aplomb britannico, lo stesso Sala non urla), sia un sindaco operoso capace di dare una nuova identità, un nuovo spirito e un nuovo progetto a una città che ha cavalcato un’onda che non c’è più e ora deve trovare una nuova onda. Non c’è nulla di scontato”.

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Quali le priorità per Milano, i temi da campagna elettorale?

“Il tema dei temi è che Milano deve ritrovare un’anima, perché in questo momento è un palcoscenico di grattacieli, di eventi, di milionari che si sono trasferiti in questa città. È un non luogo del turbocapitalismo edilizio-finanziario, per usare un’iperbole. E la città soffre di essere diventata un non luogo. Milano è bella, sì, ma di una bellezza un po’ vuota, come se fosse un prodotto dell’Intelligenza Artificiale. Un luogo dal viso bellissimo ma i cui occhi non hanno anima. La città, dunque, deve ritrovare uno spirito che faccia sentire tutti parte di un progetto. Poi ci sono i temi più concreti, quelli su cui costruire un programma elettorale”.

Quali sono?

“Sicurezza, mobilità, traffico e casa. C’è un problema di insicurezza, che non è solo percepita, è un problema reale. In criminologia esiste il cosiddetto numero oscuro: la differenza tra i reati accaduti e i reati denunciati. Molti reati non vengono denunciati: furti, vandalismi, violenze contro la persona. Poi c’è il tema dei trasporti. I grandi investimenti nelle linee metropolitane, che funzionano bene, ha fatto indebitare la città e ha portato un forte impoverimento delle linee di superficie. Parlo anche da utente: può capitare di aspettare 20-25 minuti il filobus 92, una linea importante. In più c’è il problema dell’eterna congestione del traffico: ogni giorno a Milano entrano 900 mila auto. Infine, c’è il problema abitativo, aumentato negli ultimi anni, che ha portato a un decremento demografico della città”.

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Arriviamo alle coalizioni in campo. Nel centrodestra FI spinge per un candidato sindaco civico, magari un rettore o una rettrice, FdI e Noi Moderati non disdegnano un profilo politico. Per vincere a Milano che profilo occorre?

“La figura del borghese operoso e illuminato fa risuonare Milano. Ma non è facile incarnarlo. I rettori universitari? La categoria in sé è interessante. Conosco alcune rettrici, persone capaci. Ma sono candidature che vanno costruite nel tempo e fatte maturare. Bisogna lavorarci almeno per un anno, dunque il nome dovrebbe essere individuato subito. Sì, perché qualche volta i rettori mancano di grinta comunicativa e disinvoltura nell’immaginare il futuro, doti che servono per vincere le elezioni a Milano. Il civico deve abbinare competenza, cultura e determinazione. Deve essere solido. Se poi ha anche uno spessore politico, è meglio. Figure che mettano insieme tutti questi aspetti, oggi a Milano, io non ne vedo molte. Ma per il centrodestra il problema è proprio quello di individuare il candidato o la candidata giusta. Stefano Parisi era stato un candidato giusto, mentre l’ultimo, Maurizio Bernardo, non aveva competenze politiche. Fossi nel centrodestra, cercherei un Parisi 2.0 o 3.0”.

Passiamo al centrosinistra. I possibili candidati sindaci più citati sono Mario Calabresi, Anna Scavuzzo e Pierfrancesco Majorino. Che ne pensa?

“Per ora non vedo nomi capaci di sommare tutte le caratteristiche che ho indicato sopra. Intendiamoci: parliamo di persone di valore. Ma non mi fanno dire subito: lui o lei vincerebbe le elezioni a Milano”.

Dal punto di vista della linea politica, il Pd milanese, che pure è al governo della città dal 2011, parla di “discontinuità”.

“Discontinuità, anche rispetto a quello che dicevo prima, è una parola-chiave. Per una fase nuova, servono personaggi e progetti nuovi. Vale per il centrosinistra ma anche per il centrodestra. Serve qualcosa di forte e di inaspettato. Un candidato che generi un’onda di fiducia in vista di una fase sconosciuta della città. In grado di incarnare una discontinuità rassicurante”.

Majorino viene giudicato da alcuni troppo spostato a sinistra. Ma il sindaco di New York Zohran Mamdani ha vinto proprio da sinistra. È un paragone che può reggere?

“Sì. In fondo New York è una Milano all’ennesima potenza. Mamdani è stato un candidato per certi versi sorprendente. Questo fattore potrebbe contare anche nelle elezioni di Milano, che nella sua storia ha votato a sinistra, a destra, al centro. Ma ora ha uno spirito più liberal che di destra. Dunque il fatto che Majorino abbia un profilo di sinistra non mi sembra un elemento ostativo alla sua candidatura. Ma dipende da quale progetto politico ci costruirà sopra”.

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