I funerali di Bossi a Pontida: dalla messa sobria alla cerimonia “di popolo” dei militanti fra contestazioni, secessione e insulti a Salvini. Il racconto della giornata
Il popolo leghista all'esterno del monastero di San Giacomo. In basso a sinistra l'abbraccio del ministro Giorgetti alla vedova Manuela Marrone
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Il feretro di Bossi accolto dall'abate Giordano Rota, che ha officiato la cerimonia funebre
La messa durata all’incirca un’ora, l’omelia dell’abate del monastero, l’Eucaristia… Ma attorno a queste si è sviluppata una cerimonia laica ben più vasta, che ben presto ha assunto caratteristiche politiche. Non fosse altro per la presenza delle più alte cariche dello Stato, dai presidenti di Camera e Senato, alla premier Giorgia Meloni per arrivare al presidente della Lombardia Fontana e all’ex doge del Veneto Zaia.
I primi banchi con la moglie e i figli da un lato, e i vertici dello Stato, fra cui la premier Meloni e il presidente del Senato La Russa
Slogan fuori dal cassetto
Per i militanti leghisti di ogni età ed estrazione sociale, arrivati in forze da Lombardia e Veneto soprattutto, ma non solo, l’ultimo saluto al Senatùr diventa l’occasione per rispolverare i cari, vecchi slogan chiusi nel cassetto dalla “nuova Lega” di Salvini ma mai dimenticati soprattutto dall’ala più oltranzista. Giungono nel paese della Bergamasca già di primo mattino, con largo anticipo rispetto all’inizio della messa previsto per mezzogiorno. E sanno già cosa fare. Così l’arrivo del feretro da Gemonio è subito accolto da cori di “Roma ladrona, la Lega non perdona”, “Secessione”, “Padania”. Tutto l’armamentario bossiano, insomma, fatto di emblemi di Alberto da Giussano, sole delle Alpi, fumogeni verdi, richiami celtici al suon di cornamuse viene sfoderato con rinnovato orgoglio.
Il ministro dell'Economia Giorgetti sempre accanto alla famiglia
Il potere romano
È questa l’accoglienza riservata alla "romana” Giorgia Meloni. Ma senza distinzioni d’origine anche al veneto presidente della Camera Lorenzo Fontana, a Zaia, al presidente del Friuli Fedriga, al suo omologo della provincia autonoma di Trento Fugatti. All’ex sindaco di Milano Letizia Moratti. E poi ancora Felice Confalonieri, Marcello Dell'Utri, Daniela Santanchè, Roberto Castelli, Mario Monti, Maurizio Lupi, Irene Pivetti e Antonio Angelucci. A dare il “la” è l'arrivo del feretro. Uno dei momenti più sentiti: tutto il paese sembra fermarsi mentre il suono delle cornamuse, gli applausi, le urla ''Viva Bossi'' e il nome ''Umberto'' vengono scanditi dalla folla. Accanto alla bara, la moglie Manuela e i figli. Un cuscino di rose e fiori bianchi e la bandiera della Lega con il sole e le Alpi sono adagiati sul feretro.
Da sinistra, il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri e Letizia Moratti
Il “cerimoniere” Giorgetti
E il silenzio rotto solo dagli applausi e dai cori. La cerimonia si svolge in forma semplice, senza cerimoniale o posti riservati, se non per la famiglia e pochissime alte cariche istituzionali. Durante la funzione è il ministro Giancarlo Giorgetti a leggere un brano dal libro del profeta Ezechiele mentre il figlio di Bossi, Renzo, legge un brano dalla seconda lettera di San Paolo Apostolo ai romani. Nella sua omelia, l'abate Giordano Rota ricorda come la preghiera sia un modo ''per sentire il fratello Umberto ancora vicino''. Il varesino Giorgetti (visibilmente commosso) è il gran cerimoniere della giornata. È lui, d’accordo con la famiglia, ad avere in mano la regia della cerimonia. È da sempre considerato il figlioccio di Bossi.
Matteo Salvini stringe la mano a un militante. La sua camicia verde non è stata apprezzata dall'ala più dura e intransigente
È lui ad accogliere il potere romano e a fare da ponte fra lumbard secessionisti che gridano “Roma ladrona” e i vertici istituzionali. Su uno dei lati della chiesa, uno striscione con la scritta verde riassume il pensiero della base: ''Grazie capo, la tua storia vivrà sempre con noi'', firmato dalla sezione di Pontida. Quella Lega, quella del Bossi della prima ora e dei primi anni Ottanta, è assiepata nel piazzale antistante il monastero e sul famoso pratone dove per oltre due decenni sono andati in scena i raduni leghisti per l’indipendenza della Padania. Quel pratone, quel piazzale, archiviate le parole dell’abate Giordano Rota, le preghiere di rito e la recita del Padre Nostro, diventano presto un improvvisato tribunale del popolo.
Le due Leghe
Dove la vecchia Lega lombarda processa a suo modo la Lega nazionale. Ci prova il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo a tenere legati i fili che uniscono le due anime: ''La Lega deve andare avanti sulla strada di un partito nazionale, ma la questione del Nord deve essere ripresa con più forza''. Ci pensa però l’ex ministro lecchese Roberto Castelli a spezzarli: "L'eredità di Bossi è un'eredità tradita dalla Lega di Salvini – dice senza troppa diplomazia –. Si è mantenuta in vita dalle persone che vediamo oggi e spero anche un po' da me". Come la pensano i leghisti, da che parte stiano, si capisce subito quando arriva il vicepremier Salvini. Completo scuro e camicia d’ordinanza verde. Quel verde che nella Lega nazionale sotto la sua conduzione sembra essere stato bandito. Viene subito preso di mira: “Togliti quella camicia, traditore!”.
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La camicia di Salvini
In tanti non gradiscono: “Molla la camicia verde", "Vergogna", si sente dalla folla mentre Salvini va a stringere le mani dei militanti assiepati sulle transenne che delimitano lo spazio per il passaggio dei familiari e delle autorità sul piazzale dell'abbazia. Il ministro dei Trasporti si ritirerà poi nella chiesa, affacciandosi talvolta sulla scalinata. Come quando arriva Giorgia Meloni, e dalla folla si alza nuovamente il coro "Secessione". E quando si avvicina a Manuela Bossi, e le dà un bacio sui capelli, il commento dalla folla è ancora feroce e senza sconti dimenticando quel basso profilo che la giornata di lutto imporrebbe di rispettare. "Il bacio di Giuda", è il giudizio tranchant di tanti. Del resto anche Marcello Dell'Utri lo certifica: "Cosa pensava Bossi della Lega di Salvini? Stendiamo un pietoso velo...", dice ai cronisti. Il vicepremier tuttavia non si scompone e non si tira indietro, resterà tra la folla fino all'ultimo, quando il feretro viene lasciato sostare per qualche minuto davanti al pratone: "Oggi non si dichiara, oggi è la presenza" si limita a dire ai cronisti.
Fumogeni verdi, bandiere col sole delle Alpi e Alberto da Giussano sul pratone di Pontida
Clima celtico
All'uscita del feretro, i cori dei militanti più duri salgono di livello: "Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il Tricolore", viene scandito, insieme al classico "Secessione". Sulle scale della chiesa, Meloni, La Russa e Tajani ascoltano, fin quando Giorgetti prende il megafono e ottiene il silenzio per l'Eterno riposo e il "Va’ pensiero" intonato da un coro di alpini. Poi le cariche istituzionali lasciano Pontida, un corteo dall'abbazia si muove verso il pratone dietro il feretro: c'è Massimiliano Romeo che regge coi militanti una bandiera col sole delle Alpi, Giorgetti a piedi dietro le auto con i familiari. Dopo il verdiano “Va’ pensiero” dal Nabucco, inno nazionale e identitario lumbard e amatissimo da Bossi, il corteo si ferma davanti al pratone: riparte la cornamusa, e l'ultimo coro "Bossi Bossi". Cielo plumbeo, prati e fumogeni verdi, la pioggia. Un clima celtico. Come tanto sarebbe piaciuto al Senatùr.
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