“Domenico Ricci, mio padre”. Il figlio dell’autista di Aldo Moro, ucciso dai brigatisti in via Fani: “Ora non odio più”
Giovanni Ricci oggi e, a destra, da piccolo col papà Domenico
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Articolo: Aldo Moro e l’articolo mai pubblicato. Gero Grassi: “Gli Usa temevano che l’Italia diventasse un altro Cile”Articolo: L'articolo di Aldo Moro: "Comunisti al governo? America dà consigli ma limita la politica"Roma – La mano del padre allunga una carezza. È una carezza consolatoria perché Giovanni, dodicenne, vive la delusione cocente di una partita di calcio perduta. “Ne vincerai un’altra. Ti insegnerò io qualche trucco”, lo rincuora papà Domenico, 43 anni, appuntato dei carabinieri. Sono passate le undici di sera del 15 marzo 1978. Poche ore dopo le telecamere della Rai riprenderanno la stessa mano, inerte, al posto guida della Fiat 130 da cui è stato strappato Aldo Moro.
Una panoramica dall'alto scattata il 16 marzo 1978 durante i rilievi tecnici sulla scena dell'agguato in via Fani, dove venne rapito Aldo Moro
Domenico Ricci è dal 1963 l’autista dello statista, ma è già stato con lui nel ‘57, quando è diventato ministro della Pubblica istruzione. Si alterna sull’auto blu con un collega, ma quel 16 marzo tocca a lui. Otello Riccioni accompagna la moglie a una visita. E sulla Fiat sale lui, trovando la morte con altri quattro colleghi.
Giovanni Ricci, il figlio, compirà sessant’anni fra un mese. Sociologo e criminologo, è presidente dell’Associazione Domenico Ricci per la memoria dei Caduti di via Fani. Vive nel quartiere Don Bosco, angolo avvolgente e materno della Roma popolare. Ci apre le porte di casa, la stessa dove viveva con papà, quella dove, nel cortile, è stata scattata l’ultima foto insieme. Sul tavolo, le memorie di una vita spezzata. Fuori, un diluvio primaverile.
L'ultima foto di Domenico Ricci con i figli, nel giorno della prima comunione
Dottor Ricci, qual è il primo ricordo che ha di suo padre?
“Nelle feste lavorava, ma passava con noi l’Epifania. Ricordo quelle giornate, come una a Ostia, dai nonni materni, con papà che metteva i regali sui bracci della stufa a legna. Una volta mi portò a Torrita Tiberina, dov’era la casa di campagna della famiglia Moro. Doveva consegnare dei documenti. All’epoca a Ponzano Romano, sull’Autosole, c’era solo l’uscita per i mezzi di servizio. Mio padre aveva le chiavi. Scese e aprì. Pensai: è una potenza. Aveva una “1100 R“ e un giorno mi disse che mi avrebbe insegnato a cambiare le marce”.
Vide mai Moro?
“In un’occasione, sulla spiaggia di Terracina, in giacca e cravatta come sempre. Pensai che se era al mare così fosse per forza un personaggio importante”.
Cosa si prova a essere investiti dalla Storia?
“Dal punto di vista emotivo, finché uno è piccolo non se ne rende conto. Crescendo, ho capito di essere Giovanni Ricci, figlio di Domenico. Ma la Storia non è solo il 16 marzo e il 9 maggio. Mio padre non è esistito solo quel giorno. Una cosa che non ho mai capito: al Quirinale si fanno ogni anno gli incontri per le vittime delle foibe e della Shoah, mentre quelle del terrorismo vengono commemorate una volta al Senato, una alla Camera. Si va al Quirinale solo negli anniversari pieni. In Francia Action directe ha fatto 29 morti, in Germania la Raf 19, in Italia le vittime sono state 381. A Staffolo, il paese nelle Marche dove era nato papà, c’è un Museo della Memoria e su una parete sono incisi tutti quei 381 nomi”.
Nel tondo l'appuntato dei carabinieri con Aldo Moro durante un incontro politico
Su via Fani, la strage, il sequestro di Moro è uscita tutta la verità?
“I brigatisti hanno detto la verità, ma l’hanno detta tutta? Forse in via Fani c’erano persone e auto in più. I brigatisti hanno coperto chi era con loro. Una cosa è certa: non era una guerra civile, perché sparavano alle spalle. E il terrorismo non era solo quello stragista di destra”.
La linea della fermezza.
“Con le figlie di Moro mi trovo d’accordo su una cosa: la linea della fermezza fu decisa due ore dopo, perché non si trattasse per la liberazione. Oggi, i Servizi segreti negoziano per i connazionali rapiti all’estero. Per Moro, no. Dagli Stati Uniti arrivò Steve Pieczenik per mediare. Si era in piena guerra fredda. Moro scrisse a Zaccagnini di non obbligarlo a dire quel che sapeva. Si è detto che non conoscesse segreti di Stato, ma è stato premier e ministro degli Esteri per anni. I fatti parlano da sé”.
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La scorta. Quattro uomini in divisa.
“Perché i nomi di quegli uomini non vengono fatti? Papà, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi sono fantasmi. Erano servitori dello Stato. Lo dico spesso ai ragazzi delle scuole: dovete la vostra libertà anche a quegli uomini, che ve l’hanno garantita. Ma la politica e la magistratura mi devono una spiegazione su quella linea della fermezza decisa nel giro di due ore. Non trattarono. Si scrisse: se lo facciamo, le vedove di via Fani si daranno fuoco. Lo ripeté anche Andreotti a mia madre a Porta a Porta. Lei replicò: dovevate liberare Moro e prenderli appena girato l’angolo”.
Cosa le resta del 16 marzo 1978?
“Il dolore. L’urlo di mia madre che si vedeva crollare la vita addosso. Mio padre sotto il lenzuolo, ucciso con sette colpi, e quel famoso orologio Zenith al polso. La copia dell’edizione straordinaria di Repubblica che qualcuno dimenticò a casa nostra con l’immagine di mio papà mi ha devastato la vita. Lo vedevo distrutto da qualcuno che diceva di voler cambiare l’Italia. Quando porto i ragazzi delle scuole a vedere la 130, sul pavimento c’è il sangue di mio padre. Quell’auto è stata il suo amore e insieme la sua tomba. Papà aveva timori, in quei mesi. Lo sentivo litigare con mamma. Lui la rassicurava: ’Andremo al Quirinale, perché Moro sarà eletto presidente’. Però lo avevano minacciato”.
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Cosa le rimane di questo dolore, cosa le resta per il futuro e cosa le manca?
“Mi manca di non aver potuto vivere un’adolescenza con un padre vicino, soprattutto con un padre di cui andavo orgogliosamente fiero. Vedo nelle giovani generazioni la mancanza di etica, rispetto, valori morali che mio padre mi insegnava. Ma sono riuscito a fare pace con quelli che mi hanno distrutto la vita”.
Qual è stato il percorso?
“Dopo un anno da via Fani mi sentivo diverso da un ragazzo che poteva avere perso il padre per una malattia, o un incidente. Odiavo i suoi assassini. Mi dicevo: ‘Prendo una pistola e mi vendico’. Poi sono intervenute alcune cose. È arrivato un figlio che ho chiamato come mio padre. Avevo una moglie, un bambino, una madre che mi aveva insegnato a non odiare nessuno. C’era l’orto che mio padre coltivava. Ho capito che non dovevo compiere lo stesso errore degli assassini che hanno disumanizzato la vittima, io non dovevo disumanizzare loro. Nel 2008 Agnese Moro mi parlò di un gruppo nato sul concetto di giustizia riparativa. Dissi di sì, ma con le mille domande che mi ero posto negli anni della rabbia e dell’odio. Mi sono chiesto se con la giustizia riparativa non stessi offendendo il nome di mio padre. Il percorso è durato dieci anni. Ho incontrato Adriana Faranda, Franco Bonisoli e Valerio Morucci. Certo, ho chiesto come avessero potuto, se si rendevano conto di quello che avevano fatto. Mi hanno domandato perdono. Più che parlare di perdono, io mi sono riconciliato con il mio passato. Agnese Moro ha una teoria, la teoria dell’elastico: il passato è come l’elastico. Lo tiri, lo tiri e lui ti riporta sempre indietro. Riconciliandomi con il mio passato, ho liberato anche mio padre dalla ‘gabbia’ di quel 16 marzo 1978. Adesso posso permettermi di guardare foto che non avevo voluto vedere per anni, il suo sorriso. Tutto questo mi è costato: amicizie, insulti, accuse di essere un traditore della sua memoria. Anche il dissenso di mio fratello, con cui ho un ottimo rapporto, ma che non concordò sulla mia scelta”.
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