Religioso o laico, fuga dal matrimonio: oltre la metà dei giovani lombardi sta con mamma e papà fino a 35 anni
Sempre meno matrimoni in regione
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SeguiciMilano, 18 aprile 2026 – Sempre meno matrimoni, sia con rito religioso, che con rito civile. Se fino a qualche anno fa, infatti, le unioni con rito civile crescevano, ora hanno “perso lo smalto”, lasciando spazio a forme di convivenza non formalizzate o, semplicemente, a non convivenze.
I dati Istat sono eloquenti. In Lombardia, nel 2025 si erano registrati 27.052 matrimoni, tra rito civile e religioso. La differenza tra l’uno e l’altro era di circa 2mila unioni: 11.514 i matrimoni in chiesa, 15.539 quelli davanti al sindaco. Nel 2023, il numero complessivo di matrimoni è aumentato rispetto al 2015 (va tenuto conto dell’effetto rimbalzo post Covid), con un aumento soprattutto nelle province lombarde (1.000 matrimoni in più del 2025), che nei capoluoghi, dove ci si è sposati di meno. Il calo dei riti religiosi è particolarmente evidente: solo 7.804 in tutta la regione (circa 4mila in meno del 2015), a fronte dei 20.280 riti civili (circa 5mila in più di otto anni prima).
Nel 2024, il trend si è consolidato al ribasso: in calo il numero complessivo delle coppie che ha detto “sì”, con 26.487 in totale (erano 28.084 nel 2024, 27.052 nel 2015), di cui 4.736 nei capoluoghi, 21.751 nelle province (dato leggermente superiore al 2015, ma inferiore a quello del 2023).
Per quanto riguarda la scelta del rito, è sceso sotto quota 7mila il numero di coppie che si sono sposate in chiesa, ma è diminuito anche il numero dei riti civili, sotto quota 20mila (resta comunque il preferito, anche per le prime nozze).
Tra le province lombarde, Lecco, Bergamo, Brescia e Sondrio sono quelle dove circa 1 matrimonio su 3 è ancora celebrato con rito religioso (Lecco è al 39%, Bergamo al 31%, Brescia e Sondrio al 30%); la quota più bassa si registra a Milano (21%). Un cambiamento drastico che è avvenuto in un lasso di tempo tendenzialmente breve, se si considera che nel 2015 nessuna provincia, tranne Pavia, scendeva sotto il 40% di riti religiosi. In calo anche le seconde nozze, le unioni civili; per contro sono in diminuzione, però, anche divorzi e separazioni. Ad incidere sulla scelta del progetto di vita con un’altra persona, è il mutamento dei modelli culturali, come sottolinea l’Istat, nonché “l’effetto di molteplici fattori quali l’allungamento dei percorsi di formazione e le difficoltà di ingresso e permanenza nel mondo del lavoro hanno contribuito a una progressiva posticipazione del calendario di uscita dalla famiglia di origine”.
Secondo l’indagine ‘Aspetti della vita quotidiana’ (2024) la quota di giovani che resta nella famiglia di origine fino alla soglia dei 35 anni è pari al 63,3% (nel 2012 era il 61,2%). “Questa protratta permanenza comporta un effetto sul rinvio delle prime nozze che si amplifica in periodi di congiuntura economica sfavorevole, spingendo i giovani a ritardare ulteriormente le tappe dei percorsi verso la vita adulta, tra cui quella della formazione di una famiglia. Sul rinvio del primo matrimonio, inoltre, incide anche la diffusione delle convivenze prematrimoniali”.
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