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Ferdinando Bruni, doppio Beckett: “Io, tra Amleto, Caligola e Riccardo III. Ma tendo a rimuovere i rimpianti...”

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08.04.2026

Ferdinando Bruni, 73 anni, durante un momento dello spettacolo sul palco dell’Elfo

Per approfondire:

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Milano – Per chiudere i conti. Con quell’illuso che trent’anni fa ancora se la prendeva per mille cose: gli amori, il lavoro, i sogni. Ma quanto può essere difficile tirare una linea? Un disperato, cinico struggimento. Che suda fuori da “L’ultimo nastro di Krapp”, nuova produzione dell’Elfo, da stasera in corso Buenos Aires. Regia di Francesco Frongia, sul palco Ferdinando Bruni. A lui quest’uomo che traccia un bilancio. Fra i borbottii e gli inciampi. Mentre ascolta le registrazioni fatte nel tempo. Le note, i ricordi. La vita schifa che scivola fra le dita (come dimenticarsi la versione di Giancarlo Cauteruccio? Quanto manca). Atto unico. A cui si aggiunge “Quella volta”, altro assolo beckettiano e altro confronto con sé stessi. Fra passato, presente, futuro. O quel che ne resta. Ferdinando, perché mettere insieme i due testi? “Proprio per questa idea del bilancio, nonostante siano stati scritti a decenni di distanza. Che poi nel caso di “Quella volta” diventa il racconto di una vita disgraziata attraverso alcuni episodi chiave. Con questa bellissima immagine conclusiva della biblioteca sommersa dalla polvere, a cui il protagonista sembra domandare un senso”.

E la polvere cosa risponde?

““Venuto e partito”, nient’altro”.

Allegro.

“Però sottotraccia in Beckett c’è sempre un’ironia, anche se in questo caso devi aver voglia di trovarla. Uno sberleffo, pur nel pessimismo”.

Come ha lavorato su due personaggi così passivi, in ascolto?

“Krapp è più concreto di quello che si può immaginare. Beckett lo riempie di indicazioni rigorose, a volte rimodulate nel tempo con una certa libertà, basti pensare a Bob Wilson. A noi è piaciuto invece seguirle passo a passo, che poi è il modo migliore per scoprirne la concretezza. Non è una figura metafisica, compie e racconta cose in cui ci si può ritrovare: il fallimento della carriera letteraria, un amore sacrificato al lavoro, la morte della madre a cui non era presente. Non è una favola morale. Krapp è qualcuno che potresti incontrare per strada. “Quella volta” invece lo definirei un’esplosione cubista”.

Cosa intende?

“Mi ricorda “L’urlo” che feci di Ginsberg, questi flash accatastati che vanno piano piano a costruire un insieme. Io tengo per lo più gli occhi chiusi, mentre intorno a me ci sono tre voci e alcuni video con un mio primissimo piano quasi immobile, proiettati sui tulle che delimitano la stanza di Krapp. D’altronde la Bausch è talmente intima che dovevamo comunque ribadire la solitudine del personaggio, creargli uno spazio proprio nonostante gli spettatori a tre metri”.

So che è ancora un ragazzo, ma non è che è stato spinto anche lei a un bilancio?

“Per forza. E direi che è più positivo di Krapp. Ma credo che per capire fino in fondo il testo, sia stato corretto attendere l’età giusta per farlo, avere alle spalle molto con cui fare i conti. Mi piace però che entrambi prima di dormire ci soffermiamo a pensare ai ricordi belli del nostro passato. Anche se lui ha molti rimpianti mentre io non li ascolto, tendo a rimuoverli velocemente”.

Non c’è qualcosa che avrebbe fatto diversamente?

“Mi sono domandato se la mia dedizione totale all’Elfo sia stato un modo per non rischiare, per non buttarmi nella ricerca solitaria, nel confronto con i grandi maestri. Che poi forse voleva dire frequentare maggiormente il cinema. Però ti devo dire, morti Fellini e Antonioni, non è che ho mai scalpitato per avere una parte”.

Una scelta di cui va orgoglioso?

“Sempre l’Elfo. Il teatro che abbiamo costruito, questo luogo così vivace che richiama tantissime persone e dove succedono cose meravigliose”.

Che stagioni sono in Buenos Aires?

“Difficili. E lo sarà anche la prossima, per una questione di economie. Il sistema ministeriale ti condiziona sia nella quantità, sia nello scegliere cosa fare. Quindi è una continua lotta per stare dentro ai parametri, con il rischio che possano tagliare i finanziamenti. Detto questo, in termini artistici e di rapporto con il pubblico siamo molto soddisfatti. Abbiamo finito adesso la lunghissima tournée di “Amadeus” che ci ha riempito di soddisfazione”.

Ma lei cosa avrebbe detto al sé stesso di trent’anni fa? “All’epoca ero impegnato con l’Amleto, un lungo percorso fatto con Elio De Capitani in cui ci siamo progressivamente concentrati sempre più sul testo, asciugando tutto il resto. Uno dei ruoli a cui sono più legato. Credo che gli avrei detto di fregarsene del giudizio degli altri, cosa che invece all’epoca mi influenzava e a volte mi creava un dolore vero”.

Quali altri ruoli ha amato?

“Il Caligola. E ora con Salieri mi diverto, questo cattivone così vile. Mi piacerebbe invece fare Riccardo III, anche lui pieno di sfumature”.

Chiudiamo con una battuta.

““Nella fornace dell’arte, la bontà non conta niente”, una frase di Amadeus. Sto pensando a un pensiero meno feroce ma non mi viene. Mi sa che anche questo vuol dire qualcosa”.

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