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Monza, in camice contro la morte: “Quando torni dai tuoi figli lasci il dolore sulla porta. Il maschilismo? Non possiamo permettercelo”

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08.03.2026

G.A., rianimatrice in servizio al San Gerardo di Monza Coi colleghi si sono dati come regola quella di non mettersi mai in luce

Per approfondire:

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Monza - Per lavoro, deve salvare vite umane. In equilibrio fra emergenza e figli a cui accudire. G.A., rianimatrice in servizio all’ospedale San Gerardo di Monza, chiede solo di non comparire con le sue piene generalità, perché in un contesto così delicato in cui si ha a che fare con pazienti e famigliari catapultati in situazioni critiche, lei e i suoi colleghi si sono dati come regola quella di non mettersi mai in luce. Niente pubblicità, niente social. Avellinese di origine, una laurea in Medicina e Chirurgia presa fra l’Università di Pavia e quella di Cambridge, specializzazione in Anestesia e Rianimazione, un dottorato in Medicina Traslazionale a Milano Bicocca, 48 anni, sposata, madre di tre figli.

Una vita a contatto con l’emergenza? Come si fa?

“L’emergenza non si affronta da soli, l’approccio è multidisciplinare, con tanti specialisti. La parte più difficile è fronteggiare il dolore di pazienti e famigliari. Avere a che fare con genitori distrutti per la morte di un figlio oppure pazienti che si ritrovano con una menomazione che cambierà la loro vita. La cosa più dura non è il fare, oggi si riescono a curare tantissime patologie, ma decidere quando fermarsi”.

In che senso?

“Non parlo di accanimento terapeutico, qui si tratta di capire quando una patologia è così grave da doversi fermare”.

Che fatica...

“Nulla di eroico, però. Facciamo un lavoro come gli altri, anche quando può essere di grande responsabilità. Trovo più eroico lo spazzino che si alza alle 5, l’insegnante che ha a che fare coi bambini che gli sono affidati o l’ingegnere che con un colpo di matita progetta un ponte che non crolli”.

Un lavoro impegnativo, però.

“Tutti i lavori lo sono, tutti oggi sono soggetti ai giudizi degli altri. Non esiste più la figura del medico paternalista che un tempo poteva dirti ‘prenditi la pastiglia’ senza spiegare. E per fortuna. Oggi siamo sottoposti a una recensione continua, i pazienti e i loro famigliari a volte arrivano in corsia con il cellulare per fotografare o girare un video”.

E a casa?

“Ti porti dolori immensi, ma hai sempre l’obbligo di saperli lasciare fuori dalla porta. Un obbligo di spensieratezza con i tuoi figli prima di tutto. A volte dico che siamo un po’ schizofrenici, nel senso che dobbiamo essere in grado di separare il nostro cervello dalle emozioni”.

C’è maschilismo in corsia?

“Per nulla, nel nostro reparto non può essercene, non possiamo permettercelo: si lavora solo per fare il meglio. Quando ci si trova a prendere decisioni drammatiche, siamo tutti uguali. Davanti a un paziente non ci sono santi e criminali, ma solo vite da salvare”.

Le convinzioni religiose?

“C’è etica, mai moralismo. Un lavoro al 100% laico, io sono atea ma ho il massimo rispetto per chi crede. In certi frangenti abbiamo chiamato il prete per celebrare un matrimonio al letto di un malato che stava per morire. Oppure ricordo una donna musulmana, con tanto di burqa: la sua bambina era grave ma lei doveva rincasare per la notte e mi chiese di tenere accesa per la figlia Radio Corano. A me non costava nulla, a lei dava conforto: sintonizzai il mio cellulare tutta la notte su una voce che recitava il Corano. Perché avrei dovuto negarglielo?”.

Come andò a finire?

“Quella bambina si salvò. Ma io resto atea”.

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