Bombe a grappolo, così l’Iran riesce a bucare lo Scudo di ferro di Israele: il missile va intercettato nella esosfera
La difesa antimissile di Israele, Iron Dome
Per approfondire:
Articolo: I missili Khorramshar 4 possono raggiungere l’Italia e l’Europa. L’Iran agli alleati Usa: fermate Trump o scateniamo l’infernoArticolo: L’Europa a portata di razzo: "Se coinvolta, l’Italia rischia"Le convenzioni internazionali in guerra a volte sembrano fatte apposta per essere ignorate, chi combatte non va per il sottile. Chi ne rispetta alcune ne aggira altre a dimostrazione che quando di spara le regole valgono e non valgono, sono solo fogli di carta. E a farne le spese sono soprattutto i civili. Le cluster bomb, ovvero le bombe a grappolo (ordigni che ne contengono altri più piccoli), parzialmente vietate sono diventate una costante nei conflitti in corso, dall’Ucraina al Medio Oriente.
La difesa antimissile di Israele, Iron Dome
Questi micidiali ‘confetti’ che arrivano dal cielo portati da missili armati con testate specifiche quando esplodono in aria rilasciano piccole munizioni esplosive in una vasta area. Un singolo contenitore può arrivare a coprire un’estensione di 30mila metri quadrati. Alte volte vengono lanciate attraverso sistemi di artiglieria, aerei ed elicotteri e l’effetto è il medesimo. Sono appositamente studiate e progettate per esplodere quando toccano il suolo e mietono vittime lasciandole senza scampo. Spesso però non scoppiano e restano a terra trasformandosi in mine anti uomo. Uno inavvertitamente le pesta e salta in aria. I civili non riescono distinguerle e a volte nemmeno i militari.
Approfondisci:
I missili Khorramshar 4 possono raggiungere l’Italia e l’Europa. L’Iran agli alleati Usa: fermate Trump o scateniamo l’inferno
Secondo il Comitato internazionale della Croce rossa, il 40% delle bombe a grappolo utilizzate nei recenti conflitti non sono esplose. Si trasformano così in una trappola mortale diffusa, una minaccia nascosta non solo nell'immediato ma anche per il futuro perché possono deflagrare anni dopo essere cadute al suolo. Nella versione più devastante le submunizioni contengono esplosivo ad alto potenziale e vengono usate con frequenza per colpire concentramenti di truppe. Sono state progettate con un utilizzo diversificato: ci sono quelle di tipo incendiario e quelle perforanti per l'uso contro i blindati compresi i carri armati.
Un’altra versione rilascia una pioggia di filamenti di materiale conduttivo e sono usate per bombardare le linee elettriche esterne al fine di provocare una serie di corto circuiti che le rendono inutilizzabili. Ideali quindi per bloccare le comunicazioni o mettere in difficoltà siti energetici o di produzione industriale. La bonifica è un problema enorme ai fini di proteggere la popolazione civile. Basti pensare che la ‘pulizia’ di vaste aree non è ancora ultimata in Afghanistan per gli ordigni lanciati da russi la cui ritirata risale al 1989. Le bonifiche non sono terminate anche per altri conflitti: Iraq, Kosovo, Nagorno Karabakh e in misura minore in aree di crisi lontane nel tempo come Laos e Cambogia.
Come fermare le bombe a grappolo? È possibile ma con molte difficoltà, tanto che in questi giorni anche Israele ne ha subito le conseguenze con diversi morti e feriti per i lanci effettuati dall’Iran nonostante il sistema difensivo Cupola di ferro (Iron dome) che evidentemente non è perfetto. Per poter distruggere le testate - madre senza che esse possano rilasciare le bombette la cui traiettoria è difficile da individuare, il missile deve essere intercettato e neutralizzato nella esosfera o prima che inizi a calare verso il suolo. Gli israeliani hanno mostrato alcuni video dove l’impatto difensivo avviene a 500 chilometri di altitudine.
La Convenzione di Oslo ha messo ufficialmente al bando le cluster nel dicembre 2008, ma trattandosi di ordigni che funzionano come mine antiuomo, sarebbero già vietate dalla convenzione di Ottawa del 1997. Accordi, patti, vertici eppure la ‘pioggia sporca’ di mini - bombe continua a mietere vittime. Come sempre succede, tra l’altro, non tutte le Nazioni fanno la stessa scelta.
Nel mondo sono 164 i Paesi che hanno sottoscritto il trattato del 2008 a Oslo che oltre all’uso vieta la produzione, il trasferimento e lo stoccaggio di questi ordigni. Ma c’è chi dice no. Altri 36 Stati, tra i quali Usa, Ucraina, Russia, Cina, Israele, India, Pakistan, Arabia Saudita e Brasile, pur facenti parte del club delle Nazioni Unite, non hanno aderito alla convenzione.
In realtà dove non arrivano i trattati con le firme e le strette di mano esisterebbe anche il Diritto umanitario a regolare l’utilizzo di armi particolarmente devastanti. In base infatti alle norme generali dei conflitti armati nel mondo sono vietati gli attacchi indiscriminati che non distinguono tra target militari e civili, ma anche l’utilizzo delle armi che causano sofferenze inutili e operazioni che possono provocare danni collaterali eccessivi rispetto all’obiettivo militare. Tutto vero, tutto scritto, tutto certificato, ma quasi nessuno in guerra applica questi principi.
WhatsAppFacebookXPrint
© Riproduzione riservata
Tag dell'articolo
IsraeleIranGuerra Medio OrienteBenjamin Netanyahu