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Piazza della Loggia, il terzo livello: la ragazza della pizzeria e quelle riunioni con i carabinieri per parlare di bombe

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05.04.2026

I soccorsi subito dopo l’esplosione della bomba in piazza della Loggia

Per approfondire:

Articolo: Strage di piazza della Loggia, al processo l’alibi di Zorzi: un altro misteroArticolo: Strage di Piazza Loggia, Nando Ferrari si difende e nega tutto: “Mai attentati”Articolo: Piazza della Loggia, la verità di Marchetti: “Mai stato lì. Stinamiglio? Solo falsità per vendicarsi degli amici”

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Brescia, 5 aprile 2026 – La strage di Brescia, i legami con Verona e il ‘terzo livello’. Quello dei mandanti, degli alti ufficiali, degli uomini delle istituzioni - anche americane - che sapevano, e quando non incaricavano direttamente gli esecutori materiali delle bombe, auspicavano che la storia prendesse una direzione precisa. È la storia della ‘strategia della tensione’, delle stragi neofasciste che tra gli anni ‘70 e ‘80, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, insanguinarono l’Italia.

E che oggi entra prepotentemente nell’ultimo processo in corso in Assise a Brescia per l’attentato di piazza Loggia, dove l’accertamento della verità passa attraverso alcuni luoghi cruciali di Verona, oggetto di un recente sopralluogo dei giudici.

Il legame con Verona

Palazzo Carli, casa del Comando forze terrestri alleate per il Sud Europa, all’epoca FTASE, il braccio militare della Nato. La caserma dei carabinieri di Parona, prima periferia della città scaligera. E un palazzo in via Montanari, nel 1974 sede del controspionaggio Sid.

Di Verona - non è un caso - sono anche gli imputati Marco Toffaloni e Roberto Zorzi, gli ordinovisti accusati di aver piazzato i candelotti di gelignite in piazza Loggia. Il primo, allora sedicenne, da anni cittadino svizzero sotto il nome di Franco Maria Muller, è stato condannato a 30 anni dal Tribunale dei minori (e la Corte d’appello per ragioni procedurali ha rigettato il ricorso). Il secondo è volato da tempo a Seattle, negli Usa, dove è padre di cinque figli e alleva doberman sotto l’insegna ‘Il Littorio’.

La ragazza della pizzeria

A collegare tutto ci sono due testimoni chiave che hanno portato alla ribalta il legame tra Brescia e Verona, quando si parla di strage. Ombretta Giacomazzi, la ‘ragazza della pizzeria’ Ariston di Brescia, nel 1974 aveva 16 anni.

Nel suo locale incontrava i neofascisti bresciani e veronesi, e in quei mesi incandescenti era fidanzata con Silvio Ferrari, il ‘nero’ che faceva la spia per il capitano dei carabinieri Francesco Delfino, gli uomini del servizi, ma anche il vicequestore Carlo Lamanna. Il 19 maggio ‘74 a 21 anni Ferrari morì misteriosamente dilaniato da una bomba che trasportava in Vespa. Pare la stesse portando al locale Blue Note.

Giacomazzi ha iniziato a raccontare quello che aveva visto solo dal 2015, a tappe, durante un travagliato rapporto con la giustizia, dopo non averlo fatto per anni perché minacciata, obbligata a stare zitta o a raccontare bugie: “Avevo paura a parlare. Io c’ero, ho visto tanti fatti e li ho sulla coscienza”, ha detto in aula.

Un'immagine dei momenti successivi alla strage di piazza della Loggia, Brescia, 28 maggio 1974. Tra le persone dietro il cordone di sicurezza si riconosce Marco Toffaloni (nel cerchietto), davanti un uomo si dispera davanti al cadavere di un parente ricoperto da uno striscione. ANSA / ARCHIVIO S.C. (simbolica, npk, strage)

Le riunioni con i carabinieri

Durante i processi a Toffaloni e Zorzi, ha ricordato quando andava a Parona con Silvio, in Vespa. “Ci sono andata almeno due o tre volte, c’erano delle riunioni nel seminterrato. Vedevo sempre Delfino, una volta Nando Ferrari (referente del fronte della gioventù di Brescia, ndr), Toffaloni, il carabiniere del Sid Angelo Pignatelli. E Remo Selvaggi, il comandante dei carabinieri di Verona. C’era anche il carabiniere Sandrini (braccio destro di Delfino) – ha dichiarato in Assise –. Discutevano dell’attentato al Blue Note, ritenuto un postaccio perché frequentato da gay e prostitute. Angelo invitava Silvio a fare questa cosa (l’attentato, ndr) e lo invitavano ad andare a Milano per lavorare con loro. Ho sentito parlare del reperimento dell’esplosivo. Ci fu una discussione tra Toffaloni e Silvio. Marco diceva che non si poteva recuperare dalla caserma di Verona, ma che avrebbero dovuto prenderlo dalla caserma Papa di Brescia grazie una copertura. C’erano in atto dei ricatti”.

Ferrari si era stancato di quella vita al limite: “Non si fidava più di nessuno, voleva tirarsi indietro, allora per tutelarsi portava me e scattava fotografie, che mi aveva consegnato”.

Gli ultimi viaggi con il fidanzato

Foto che sono sparite. “Non ho mai ben capito che rapporti avesse con i carabinieri, penso gli dessero dei soldi – ha proseguito la teste –. Con lui andai anche a palazzo Carli. Io sono sempre stata nel cortile dove parcheggiava la Vespa. Entravamo da un ingresso secondario, con una sbarra. Veniva a prenderlo Delfino e un militare con basco amaranto”.

Giacomazzi non sa dare riferimenti temporali, colloca quei viaggi nei 5 mesi prima della morte del fidanzato. Ricorda però i dettagli dei luoghi che sono ancora lì. Dettagli impossibili da immaginare se non ci si è mai stati. La ’ragazza della pizzeria’ ha memoria anche del palazzo di via Montanari. Al quinto piano c’era il Sid. Ferrari la portava pure lì, dove oggi c’è l’Inps, per incontrare gli uomini dello Stato. Con cui discutere di bombe.

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