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Damasio: “Intelligenza artificiale, approccio etico a rischio. Macchine senza coscienza: non capiscono quello che fanno”

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10.03.2026

Antonio Damasio, professore di Neuroscienze, Psicologia e Filosofia alla University of Southern California

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Quando l’essere umano è solo dall’altra parte del cannone, la vita non conta più nulla. L’intelligenza artificiale non teme la morte, quindi non può comprendere il valore di una esistenza. Non c’è dubbio, né senso di colpa. Solo statistica. Tutto è numero, insegna Pitagora. Può esserlo anche il nulla nell’era del far west dell’intelligenza artificiale. In questo ambito, uno dei massimi esperti mondiali è Antonio Damasio, professore di Neuroscienze, Psicologia e Filosofia alla University of Southern California, dove dirige il Brain and Creativity Institute.

Professor Damasio, quali problemi nascono quando affidiamo decisioni sempre più importanti comequelle militari a modelli statistici opachi?

“Il rischio concreto è l’abbandono di un atteggiamento etico verso gli altri e verso noi stessi”.

Piattaforma di intelligenza artificiale

Un sistema di intelligenza artificiale, privo di emozioni autentiche, potrà mai sviluppare una forma di coscienza?

"Credo di no. E il problema va ben oltre la semplice assenza di emozioni: manca anche la dimensione dei sentimenti, che sono percezioni dirette dello stato del nostro corpo”.

Nel suo libro ‘L’errore di Cartesio’ lei insiste sull’unità di corpo e mente. Senza un corpo biologico, l’IA può davvero simulare la cognizione umana?

"Rimane una approssimazione molto incompleta della cognizione umana".

Molti sistemi conversazionali producono risposte coerenti e talvolta sofisticate. Che cosa manca ai chatbot?

"Un corpo vivo, con i suoi alti e bassi funzionali, con la necessità di sopravvivere, con le sue vulnerabilità: traumi o malattie infettive, ad esempio”.

L’IA può riconoscere le emozioni ma non provarle. Che cosa accade quando gli esseri umani proiettano sentimenti reali su una macchina che restituisce solo emozioni artificiali?

"Il rischio è di essere ingannati e credere che la macchina somigli a un organismo umano”.

Molti sostenitori dell’IA dicono ‘se funziona, allora è intelligente’. È una scorciatoia pericolosa?

"Molti dispositivi possono funzionare bene senza essere intelligenti. L’intelligenza richiede di comprendere il modo di operare della macchina, in se stessa e nel mondo”.

Molti dispositivi possono funzionare bene senza essere intelligenti

C’è chi replica che l’intelligenza artificiale comunque risolve problemi pratici, anche se non comprende davvero.

"Possiede strumenti per operare, ma non per comprendere. Può essere intelligente senza capire gli obiettivi della propria intelligenza”.

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In teoria, un modello statistico che integri una quantità infinita di dati potrebbe replicare la realtà?

"Potrebbe replicarne una larga parte, ma non tutta. Gli mancherebbe il “punto di vista” dall’interno”.

Lei ha parlato di “allucinazioni linguistiche” nei modelli generativi. Come distingue tra errore, creatività e menzogna deliberata?

"Noi possiamo sbagliare oppure inventare creativamente. Le allucinazioni dell’IA derivano invece da un malfunzionamento rispetto agli obiettivi per cui il sistema è stato progettato".

Che ruolo dovrebbero avere linguistica e scienze cognitive nel dibattito su questo tema? Stiamo voltando le spalle alla mente umana per inseguire la macchina?

"C’è solo da guadagnare se usiamo con attenzione la realtà umana come modello”.

L’ossessione per l’IA riflette più le ansie culturali dell’Occidente che veri progressi scientifici?

"In parte sì”.

Non è paradossale che, nel tentativo di costruire un’intelligenza quasi divina, finiamo spesso per sentirci meno intelligenti delle macchine?

"È paradossale. E anche triste”.

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