I cento anni di Dario Fo: radicale, geniale, papà. Il figlio Jacopo: “Il suo spirito ad Alcatraz”
Un piccolo Jacopo Fo in braccio a papà Dario (1926-2016) e a mamma Franca Rame (1929-2013)
Per approfondire:
Articolo: Milano dedica una targa a Dario Fo a 100 anni dalla nascita, ma la nipote non ci sta: “Un premio Nobel meriterebbe qualcosa di più...”Articolo: Dario Fo, 100 anni dalla nascita del Premio Nobel: l’omaggio del Piccolo Teatro di MilanoMilano – Jacopo Fo, oggi si apre il centenario della nascita di suo padre Dario, venuto al mondo a Sangiano, nel Varesotto, il 24 marzo del 1926.
Cosa rendeva speciale il compleanno a casa?
“Una torta, e basta. Lui non era interessato ai festeggiamenti”.
Qualche regalo, però, glielo ha fatto?
“Con i soldini ricevuti da bambino compravo famigliole di animali di vetro. Poi, libri illustrati di grande formato, per esempio sulla storia del circo”.
Invece, in dono cos’ha ricevuto?
“Libri, soprattutto, libri”.
Però, anche la Libera Università (ora Repubblica) di Alcatraz in Umbria è sorta grazie a papà.
“Certo, si stava arenando negli ostacoli, e nella depressione, la mia idea di trasformare un cascinale in rovina, tra Perugia e Gubbio, in un centro culturale e di aggregazione ispirato agli ideali del ‘68. Una follia? No, non ero scemo, mi disse mio padre. E comprò subito cento ettari di bosco intorno. La passione per gli alberi è dentro il nostro cognome: il termine piemontese fò (o fô) significa faggio”.
Jacopo Fo
E la passione per il teatro?
“Il nonno materno di Dario, Giuseppe Rota, ’Bristìn’ (peperino), contadino e affabulatore, reinventava cronache e pettegolezzi dei giornali andando a vendere frutta e verdura con un carretto trainato da un cavallo. E il padre, Felice Fo, capostazione a Sangiano, faceva parte di una piccola filodrammatica amatoriale”.
Il debutto di Dario?
“Come cantante, nel coro della chiesa di Luino. E nella cattedrale di Varese andrà poi a interpretare musica sacra”.
Profonda dunque la conoscenza pure della storia sacra.
“Che infatti emerge nella giullarata ’Mistero Buffo’. Monologhi che descrivono episodi d’argomento biblico, o ispirati ai vangeli apocrifi. In grammelot”.
Mix di lingue padane?
“Si fonda non sull’articolazione in parole, ma riproduce intonazione, ritmo, sonorità, cadenze del sistema fonetico di una determinata lingua o varietà. Assomiglia a un discorso, ma consiste in una rapida sequenza di suoni. Mio padre ha applicato la tecnica inventiva del grammelot all’inglese, che non conosceva. E così se l’è cavata nei locali della Milano Swing/Jazz Anni ‘50-‘60, frequentati da Jannacci e Cochi e Renato, oltre che da Louis Armstrong, e intellettuali come Moravia, dove cantavano tutti assieme”.
Dario Fo
A proposito di estro, affascinante il libro ’Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano’. Intensi i rapporti con il luogo dove Dario era andato a studiare e lavorare e abitare...
“Mai buoni con le autorità. E quando scese in corsa come sindaco nel 2001, troppo radicale fu considerato il suo programma: un grande polmone verde, riaprire fiumi e canali, ridurre lo spreco mostruoso di energia... Terrorizzati, i Democratici di sinistra stopparono la sua candidatura”.
Nel 1997, in polemica con l’amministrazione comunale, aveva rifiutato l’Ambrogino d’oro, dopo essere stato insignito del Nobel (per il suo teatro che restituiva dignità agli oppressi). Ha invidiato il suo successo?
“Il complesso di Edipo ha una natura drammaturgica. Ma nella nostra famiglia di perseguitati politici la solidarietà era totale: a sette anni ero scortato dai carabinieri, perché ci avevano mandato una bara bianca e una lettera di minacce scritta col sangue, dopo uno sketch dei miei a Canzonissima sulla mafia in Sicilia”.
Solidarietà e collaborazione.
“Sì, istintivamente, mi sentivo al servizio di mio padre. Alle ricerche sui Seminole, gli unici nativi mai arresi agli Stati Uniti, al centro del testo teatrale ’Storia proibita dell’America’, anch’io ho collaborato”.
Mai uno scontro intergenerazionale?
“Mai ho ricevuto una punizione. Per distogliermi da una malefatta, piuttosto minacciava di venire a ballare il tango con la mamma davanti alla mia scuola. Sarei morto di vergogna”.
Di questa famiglia speciale, altre sfaccettature le ha raccontate in ’Com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo’ (Guanda). Lo riporta ancora in scena?
“Il 26 marzo al Teatrodante Carlo Monni di Campi Bisenzio (FI), e il 27 marzo presso lo Spazio Teatro Reno a Calderara di Reno (BO)”.
Nella Milano dei grattacieli, Iacopo, sappiamo che non ama più venire. L’invito dunque è recarsi per il centenario ad Alcatraz?
“Qui la memoria di mio padre vive in un programma collegato anche al progetto Kore, che sostiene le donne sopravvissute alla violenza di genere (subita pure da mia madre). Se la vita è una galera, appunto, meglio cercare un carcere dove poter evadere”.
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