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Quattro passi nella Terra di Mezzo

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05.02.2026

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La critica militante ha per lungo tempo confinato Tolkien all’interno di circoscritti stilemi, perciò tentando di marginalizzarne l’opera attraverso un falso disinteresse o un artificioso disprezzo; talvolta, con forzate scremature del profilo letterario, quasi sempre con disapprovazioni sul fronte interpretativo.

Il marchio d’infamia fu posto sin dall’inizio, e anche per via indiretta, quando si palesarono forti pregiudizi sulla triade che fece conoscere Il Signore degli anelli (Alfredo Cattabiani, Quirino Principe e Elémire Zolla) ma, sin da quel momento, prese per fortuna il via l’intenso, ossessivo, prolungato lavoro di Gianfranco de Turris, tra i pochi ad assumersi l’ingrato compito di ribattere colpo su colpo alle fandonie della critica.

Una controffensiva agevolata dal fatto che l’algido professore di Oxford, autoesiliato tra alberi parlanti, elfi e draghi, che scolpì dal nulla mitologie e lingue inquadrandole in un universo cosmogonico di cui fu sub-creatore nel tentativo di regalare all’Inghilterra una propria mitologia, aveva marchiato senza forzature, atrofizzazioni retoriche o appesantimenti politici la peculiarità della sua produzione che sarebbe diventata in breve tempo patrimonio dei lettori dell’intero pianeta.

Benché i tentativi di marginalizzazione non arretrassero di un millimetro la “moda Tolkien” dilagò infatti dappertutto. Il professore diventò negli anni sessanta autore di culto per pacifisti, hippie e giovani dei campus universitari americani e poi, come ricorda Oronzo Cilli, la crescente fama travalicò gusti, classi sociali, ambiti geografici tanto è vero che, scandagliando gli archivi si scoprono tutta una serie di aneddoti divertenti e contorni inediti. John Wayne, per esempio, nella sua biblioteca conservava un’edizione dello Hobbit e i tre volumi della trilogia, tutti del 1966. I Led Zeppelin inserirono chiari riferimenti alla Terra di Mezzo in........

© Il Giornale