Miroirs no. 3: perché Petzold è un grande Il suono della Storia: donne protagoniste
Nel rapporto che s’instaura tra regista e pubblico c’è sempre qualcosa di inafferrabile: a certi diventa facile farsi amare, magari senza avere troppo talento; ad altri succede il contrario: c’è grande talento, ma non scatta la scintilla. Questo accade anche con le giurie dei festival: c’è chi vince anche troppi premi, e ci si chiede spesso perché, e c’è ovviamente chi non vince praticamente mai. Di esempi se ne possono fare molti. Si dirà: perché fanno film difficili. Mica è sempre vero. Prendiamo il caso di Christian Petzold, tedesco della Renania, 65 anni, da tempo considerato giustamente tra i più stimolanti registi contemporanei, sempre più sorprendente per le storie che racconta e soprattutto come le racconta, via via diventate sempre più scarne, leggere, impalpabili eppure capaci di essere al tempo stesso profonde, ricche di significati da scoprire, affascinanti, mai scontate. Si potrebbe dire che da quando è diventato un punto preciso di riferimento della cinematografia europea attuale non ha sbagliato un colpo, eppure non ha mai vinto un festival: e lo avrebbe meritato. Anche quest’ultimo “Miroirs no. 3” si accoda a tale situazione. Presentato a Cannes alla Quinzaine, ha incantato per l’eleganza e la libertà di una narrazione che non accetta vincoli, ma è stato snobbato dalla giuria. Laura, nome che deriva direttamente da Preminger e che in Italia è diventato, con l’inevitabile aggiunta del “mistero”, l’inutile sottotitolo, è una pianista, in vacanza con il compagno, anch’esso musicista. In viaggio lui perde il controllo dell’auto che si schianta: lui muore, lei ne esce illesa. Nella campagna chiede aiuto a una signora, che vive isolata col marito e il figlio. Laura decide di non andare in ospedale e restare lì.Se il trauma sembra annunciare una nuova rinascita, Petzold la espone secondo cadenze enigmatiche, in un gioco continuo di riflessi quasi impenetrabili (lo specchio del titolo è un brano musicale di Ravel, che la protagonista suona), dove anche la coppia ospitante conserva una tragedia lontana: la perdita di una figlia. I segnali della storia non creano traiettorie lineari, ma si intersecano nei silenzi della campagna, nelle geometrie di rapporti sempre più intensi, da far dimenticare a Laura i giorni problematici di un tempo. Il minimalismo non è una posa, è la chiave essenziale di una ricerca continua, dove Paula Beer (ormai attrice fondamentale per Petzold) rinnova questa esigenza con una vaghezza esistenziale, che emerge dalle ellissi del racconto. Nelle pieghe di un romanticismo mai esibito, il regista tedesco suggerisce l’inafferrabilità della vita, con una lievità che disorienta e cattura, dove a bruciare ora sono i sentimenti. E lascia lo spettatore a districare nella solarità del paesaggio, le ombre dei protagonisti. Voto: 8.
LA STORIA, LE DONNE - Strutturato per blocchi di 4 epoche diverse, dal primo ‘900 a oggi, con donne che attraversano la Sassonia, facendo i conti con una realtà dura, a tratti spaventosamente disperata, “Il suono di una caduta” è un’opera affascinante. Un film prettamente sulla morte, che entra con il suo inarrestabile incedere in tutta la durata forse eccessiva (due ore e mezza), senza risparmiare anche giovani creature, sia in modo tangibile sia come spirito opprimente che accompagna ogni azione. La regia della tedesca Mascha Schilinski, al suo secondo lavoro, è perfino troppo esibita, con un compiacimento estetico tra carrelli, dolly, piani sequenza, per un film sconvolgente, non facile da affrontare, dal rigore formale esasperato e coerente. Si esce turbati, ma anche consapevoli di aver visto un’opera mai banale. Premio della giuria a Cannes 2025. Voto: 7,5.
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