Michael: meglio il juke-box del cinema Resurrection: l'immagine e la storia
Non è mai stata particolarmente brillante l’idea di portare al cinema biopic di star musicali: la mitologia ha spesso soffocato la voglia di scardinare gli artisti da un percorso spesso didascalico, banalmente riassuntivo, forse più per i fan che non uno spettatore in sala. Forse il risultato migliore degli ultimi tempi resta “Elvis” di Baz Luhrmann, che nel suo consueto luna park ne fa un film barocco, ingombrante, eccessivo, ma almeno vitale e personale. Non si può dire altrettanto di questo ultimo capitolo, dedicato a Michael Jackson e firmato da Antoine Fuqua, spesso più a suo agio con l’action. Che cosa non funziona in “Michael”? Verrebbe da dire: quasi tutto. La delusione non sta solo nello scoprire che tutta la parte più controversa è bellamente sottratta alla storia. Al massimo emergono la sindrome del fanciullino che si è sempre portata addosso (da Peter Pan fino allo zoo paradisiaco........
