Per il sistema khameneista è il momento di mettere alla prova i piani per la sopravvivenza
I falò, i balli, i canti nelle strade iraniane: Khamenei è morto. “Non dimenticheremo mai dove eravamo il 28 febbraio del 2026”, ci dicono, bucando il blackout
“Buongiorno mondo nuovo – grida un ragazzo ubriaco di felicità – se è un sogno non mi voglio svegliare”. E’ notte, le indiscrezioni e le smentite si rincorrono da ore e le luci pulsano nelle case che non riescono a prendere sonno. “E’ morto, Khamenei è morto”, sussurrano le prime voci, incredule, quasi strozzate. Poi il brusio s’ingrossa, nei palazzoni sgraziati di Teheran la gente spalanca le finestre e si affaccia per battere le mani, schioccare le dita e gridare “è morto” più forte che mai. A Karaj, a Mashad, a Tabriz, la gioia deflagra e trascina le persone per strada. Si accendono falò, si balla, si canta. Sopra Shiraz parte un lancio di fuochi d’artificio. Sì la guerra è orribile, il regime non è ancora caduto e i massacri più terrificanti della sua storia sono avvenuti poco più di un mese fa.
Ma questa è comunque una notte di festa, la notte degli abbracci tra sconosciuti in mezzo alle macchine che strombazzano, la notte in cui i ragazzi e le ragazze piangono e ridono e saltano tenendosi per mano, alzando le bandiere prerivoluzionarie con il sole e il leone, gridando “Pahlavi tornerà”, “lunga vita all’Iran”. Nessuno parla del diritto internazionale........
