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Stretta tra Putin e Trump, la Germania smarrita cerca una rivincita nel riarmo

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23.02.2026

Lo spettro dell’inflazione, mai esorcizzato dalla Repubblica di Weimar, è tornato a scuotere l’opinione pubblica, alimentando la spinta a destra. Il tradimento dell’alleato atlantico, la crisi industriale, la frammentazione politica. La locomotiva d’Europa prova a ripensare se stessa, ma la colossale svolta nella difesa spaventa   

Tradimento. La parola passa di birreria in birreria, su su fino al Bundestag: Verrat. Dal 1945 la Germania è stata il paese più atlantista, anzi americano senza mezzi termini, più dell’Italia dove operava il maggior partito comunista dell’occidente. Adesso i tedeschi si sentono non solo abbandonati, ma insultati. Tutti, ciascuno a modo suo. I conservatori sono traditi dall’amico americano, gli europeisti dall’abbandono della Nato, l’estrema destra dai Maga, l’estrema sinistra da Vladimir Putin (su Donald Trump non si erano mai fatti illusioni). Lo choc è profondo, la frattura, come l’ha chiamata a Monaco Friedrich Merz, è ampia e dolorosa, forse incolmabile nel breve periodo. Il cancelliere è sempre stato un “falco atlantista”, e anche per questo il voltafaccia americano brucia di più. Il discorso conciliante di Marco Rubio, nei panni del poliziotto buono, non è bastato a cancellare la scudisciata di J.D. Vance, il poliziotto cattivo, esattamente un anno fa, nella stessa sede, in quella Conferenza sulla sicurezza nata nel 1963 per prevenire nuovi conflitti armati, diventata l’anello di congiunzione politico-culturale tra Stati Uniti ed Europa. Wolfgang Ischinger, ex presidente della conferenza, 79 anni, che conosce gli States prima come studente quando aveva 16 anni, poi come ambasciatore, vive con profonda tristezza la frattura, ha dichiarato al Financial Times. Liberale, già consigliere di Hans-Dietrich Genscher negli anni 80 del secolo scorso, poi viceministro degli Esteri con Joschka Fischer dal 1998 al 2001, è sempre stato un filoamericano convinto e leale. La Conferenza di Monaco, il Marshall Fund e una catena di pensatoi, università e centri studi tedeschi hanno formato una vera e propria comunità filoamericana, totalmente trasversale: cristiano democratici, liberali, socialdemocratici, verdi persino, tra i quali ex gauchiste come Fischer. Chi più vicino al repubblicani chi ai democratici, chi conservatore chi liberal, nessuno aveva messo finora in dubbio quel legame che in Germania aveva un fondamento emotivo più profondo che in Francia o nella stessa Gran Bretagna, sottolinea Claudia Major, senior vicepresidente del Marshall Fund. Adesso sono tutti convinti che un mondo, quel mondo, sia finito. E i tedeschi ormai debbono contare sui propri mezzi. 

“Il legame con gli Stati Uniti rimane, c’è piuttosto un disallineamento con le posizioni dell’amministrazione Trump”, spiega Josef Nierling, amministratore delegato dell’ufficio italiano della Porsche consulting. E ci invita a separare gli interessi di lungo termine dalle posizioni politiche a breve. Il cancelliere Merz fin dall’inizio, anche dopo il Liberation day e l’offensiva sui dazi del 2 aprile scorso, aveva seguito una linea pragmatica, con grande attenzione a salvaguardare il rapporto con gli Stati Uniti, la stessa posizione tenuta allora da Giorgia Meloni. “Ma Trump ha spinto troppo oltre le sue ambizioni di riassetto globale”, aggiunge Nierling. La pretesa di appropriarsi della Groenlandia, una sorta di paradossale Anschluss, è stata l’ultima goccia. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina l’allora cancelliere, il socialdemocratico Olaf Scholz, sentenziò che eravamo giunti a una Zeitenwende, una svolta epocale. E lo stesso modello tedesco andava ripensato. Mal gliene incolse, disse la verità che nessuno voleva sentire, non riuscì a riformare nulla e crollò sotto il peso di una crisi che, partendo dalla dipendenza energetica dalla Russia, finì in una breve recessione e una lunga stagnazione che dura ancora.

Da locomotiva a lumaca

Nonostante la ripresa post-Covid, nel 2022 la produzione industriale in Germania era scesa del 5 per cento e non ha più recuperato. E’ stato un duro colpo, ma non un caso isolato. Il calo della domanda cinese ha colpito in misura maggiore la Germania, mentre arrivava lo choc energetico provocato dall’invasione russa dell’Ucraina. Fortemente dipendente dal gas siberiano, l’economia ha subito una doppia crisi: delle forniture e dei prezzi. Lo spettro dell’inflazione, mai esorcizzato dalla Repubblica di Weimar in poi, è tornato a scuotere l’opinione pubblica alimentando ancor di più la spinta a destra e aumentando i consensi di Alternative für Deutschland che, come ha fatto Trump negli States, ha evocato il pericolo del declino. Dalla riunificazione delle due Germanie, nel luglio 1990, il mondo è radicalmente cambiato, e con esso il peso della potenza economica tedesca. La fusione, avvenuta con un cambio alla pari tra marco occidentale e marco orientale che non valeva più niente, ha prodotto un piccolo ma significativo balzo in alto favorito in parte dal passaggio all’euro, più debole in termini relativi rispetto alla valuta tedesca. Nell’arco di un paio d’anni, complice la ripresa economica in una Germania est fino ad allora depressa, il pil è passato dal 7 per cento all’8,5 per cento dell’economia mondiale. Anche il peso in Europa (simulando che nei primi anni 90 esistesse già un’Unione di 27 paesi) è cresciuto dal 26 per cento al 31 per cento. Poi è cominciata la discesa: la forza economica relativa sul mercato internazionale si è pressoché dimezzata al 4,3 per cento, a poca distanza........

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