I misteri di casa Rothschild
Rivalità, successioni e morti sospette. Tra gli intrighi famigliari s’aggira anche lo spettro di Jeffrey Epstein
Jessica Prim e gli altri di QAnon, che stavano già leggendo gli Epstein Files
Jessica Prim e gli altri di QAnon, che stavano già leggendo gli Epstein Files
La svolta dei Rothschild
La svolta dei Rothschild
Come è possibile che Jeffrey Epstein si sia infiltrato nella blindatissima casa dei Rothschild? Analisi, ricostruzioni, sospetti e pettegolezzi fioccano come la neve in Groenlandia. C’è di mezzo l’ambizione di una ricca vedova, ci sono trame spionistiche trasversali, c’è la spregiudicatezza di un underdog, lui sì, arrivato a mettere in difficoltà la dinastia dello scudo rosso, il “Roten Schild”, nome, adottato dal capostipite Mayer Amschel, della bottega di cambiavalute nella Judengasse di Francoforte alla metà del ’700. “Il denaro è il dio dei nostri tempi e Rothschild è il suo profeta”, diceva il grande poeta tedesco Heinrich Heine che non si può certo considerare, lui ebreo, un antisemita. Semmai era debitore inveterato di James (nato Jacob), nonché ospite assiduo dei grandi banchetti che il banchiere offriva nella sua dimora parigina, la “Versailles della plutocrazia”, pigolava il solito Heine. A quel tempo i Rothschild tenevano in portafoglio le monarchie d’Europa, la loro ricchezza in rapporto a quella mondiale era superiore a quella di oggi di Bill Gates o Elon Musk. Ma non regnava la concordia tra i rami della grande quercia dagli zecchini d’oro. I Rothschild di Francia guardavano con spocchia i cugini londinesi. Betty, la moglie di James, la si può ammirare nello splendido ritratto di Ingres. Con Luigi Filippo erano al vertice di un’aristocrazia del denaro che anno dopo anno spiazzava la parruccona aristocrazia di cappa e di spada, sfidando anche quell’antisemitismo che a Parigi imperversava. A Londra, dove un ebreo come Benjamin Disraeli era diventato primo ministro, il ramo inglese aveva stretto un patto con i conservatori. Nathaniel aveva finanziato Wellington contro Napoleone e cent’anni dopo i Rothschild saranno tra i principali beneficiari delle privatizzazioni decise dalla signora Thatcher. Invece in Francia, dove avevano sostenuto Georges Pompidou che aveva lavorato nella loro boutique finanziaria (come poi Emmanuel Macron), i banchieri venivano espropriati dalla gauche al potere guidata da François Mitterrand.
Ricchi, potenti, ma divisi, nonostante l’orgogliosa appartenenza all’ebraismo e contro il volere del fondatore. Mayer Amschel aveva inviato i suoi cinque figli in cinque paesi (Gran Bretagna, Francia, Germania, Austria e Regno di Napoli) raccomandando loro di stare sempre insieme costi quel che costi. Lo aveva scritto nel suo testamento, l’aveva fatto imprimere nello stemma di famiglia, cinque frecce legate insieme sotto il motto latino “Concordia, Integritas, Industria”. Ma le cose non andarono come sperato. Nel 1836, alla morte di Nathan Mayer, capo del ramo inglese, i cinque fratelli circondati ormai da decine di figli e nipoti, avevano sottoscritto un accordo di collaborazione che doveva valere anche per il futuro. Era durato fino alla Prima guerra mondiale, quando lo scontro tra le nazioni d’Europa aveva visto i Rothschild combattere l’uno contro l’altro, tedeschi e austriaci su un fronte, francesi e inglesi sul fronte contrario. Il nazismo e l’Olocausto avevano segnato la persecuzione e la diaspora dei Rothschild. Dopo la Seconda guerra mondiale, ognuno per la sua strada. La dinastia si era divisa in tre branche: a Londra, a Parigi e a Zurigo. L’ultimo tentativo di siglare........
