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Takaichi non sa come dire a Trump che il Giappone non manderà navi a Hormuz

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19.03.2026

La premier giapponese è alla sua prima visita ufficiale alla Casa Bianca. Voleva parlare di Cina e deterrenza, ma si ritrova in un complicato gioco di pressioni, richieste e necessità, fra Cina e Iran

Da giorni la premier giapponese Sanae Takaichi prepara una delle missioni più complicate della sua carriera. Oggi sarà ricevuta alla Casa Bianca per la prima volta da quando è a capo del governo dell’ormai quinta economia del mondo (tre mesi fa il Giappone è stato scavalcato  dall’India). Il presidente americano Donald Trump ha già inviato diversi messaggi ai suoi partner dell’Indo-Pacifico, e soprattutto al Giappone, che dipende dall’America per la sua difesa strategica: vuole che Tokyo invii le sue Forze di autodifesa navali per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Takaichi non può più prendere tempo, deve dare una risposta a Trump di persona, e la questione non è complicata soltanto dal punto di vista militare, ma anche legale.

Per via della sua Costituzione redatta subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il Giappone può intervenire all’estero solo se c’è una “minaccia alla sopravvivenza” del paese oppure una “situazione di influenza rilevante”. Nei giorni scorsi Takaichi aveva detto alla Dieta  che il governo stava esaminando “cosa il Giappone possa fare autonomamente nel rispetto del proprio quadro giuridico”. Ma secondo i media nipponici, la linea prevalente dentro all’esecutivo è che la situazione legata all’Iran non si configuri né come una “crisi esistenziale” tale da giustificare l’esercizio del diritto di autodifesa........

© Il Foglio