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Tabor, Tordo e Stella. Milano e le montagne sognate

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04.03.2026

Dopo le Olimpiadi e aspettando le Paralimpiadi, Milano è tornata pianura. Eppure, da quando il “rispetto del Resegone” ne custodiva l’orizzonte, la città ha imparato a reagire all’assenza inventandosi montagne

È sceso da poco il sipario sui XXV Giochi Olimpici invernali. A Milano, tra l’Arco della Pace e la Torre del Filarete, si è spento il braciere olimpico, come un "sole [che] ridea calando dietro il Resegone". Un secolo e mezzo secolo fa, nella Canzone di Legnano, Carducci aveva toppato clamorosamente la geolocalizzazione che neanche Petrecca. Eppure la “battuta” è tuttora molto in voga e forse qualche ragione ce l’aveva il Giosue dal momento che, minacciosa groppa del dinosauro, gigantesca ruota dentata o grande sega tutta triangoli e punte, il gaddianissimo Serruchon può continuare a ritenersi la montagna della città che non ha montagne.

Nella prima metà dell’Ottocento, a Milano il “rispetto del Resegone” era una norma non scritta che impediva che l’espansione urbanistica della città ostruisse verso nord-est la visuale della montagna lecchese. In quegli anni sui bastioni di Porta Venezia, trasformati in passeggio festivo, l’aristocrazia milanese faceva salotto en plein air sfilando in landò e cabriolet. Nelle giornate in cui il cielo di Lombardia era "così bello quand’è bello", si fermava ad ammirare, indicandosele vicendevolmente a dito, le cime della chiostra prealpina. Così il Resegone, e i Corni di Canzo, il Grignone, la Grignetta, il Coltignone, lo Zuccone Campelli, erano “rispettati”. Ovvero osservati con studiosa e amorevole........

© Il Foglio