Due crisi e la distrazione come arma. Ricordare il 1956
Ciò che succede nel Golfo e il suo impatto sul fronte ucraino. Una struttura che ci riporta a quando – con le cancellerie occidentali completamente assorbite dalla crisi di Suez – l’Unione Sovietica schiacciò nel silenzio quasi totale la rivolta ungherese
L'Iran cerca di isolare Stati Uniti e Israele e di mettere in ginocchio tutta l'Europa
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La doppia Europa che sa allontanarsi da Trump e dal mondo Maga
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Il giorno più pericoloso per l’Ucraina potrebbe non essere quello dell’ennesimo attacco russo, ma quello in cui Washington smette definitivamente di guardare verso est, vista l’antipatia nemmeno mascherata per Zelensky, per fissare seppur con altalenante incertezza gli occhi sul Golfo. È un paradosso apparente, ma vale la pena prenderlo sul serio, soprattutto ora che Donald Trump ha già cominciato a rivendicare la vittoria sull’Iran e la pressione interna perché chiuda il capitolo – domani, dopodomani – si fa sempre più intensa.
In queste ore molti commentatori leggono la crisi mediorientale con la lente più immediata: escalation militare, rischio energetico, tensioni regionali. È una lettura legittima, ma parziale. La domanda più interessante non è cosa succede nel Golfo, ma cosa questa crisi produce altrove. In particolare sul fronte ucraino, per ragioni che non hanno nulla di congetturale.
Il punto di partenza è quasi banale nella sua evidenza storica, eppure continua a essere sottovalutato. Quando gli Stati Uniti entrano in una nuova crisi militare, anche solo parzialmente, la gerarchia delle priorità occidentali cambia. Non necessariamente per scelta deliberata, ma per una dinamica quasi fisiologica della politica internazionale: attenzione politica, risorse militari, spazio mediatico e capitale........
