Pucci, Benigni e quell'uso tutto italiano di distinguere la comicità di destra da quella (superiore!) di sinistra
Il comico di sinistra strizza l’occhio alla frustrazione di un elettore che voleva una “vera sinistra” (qualunque cosa sia) e si ritrova invece Rosy Bindi. Un’arma che il comico di destra, qualunque cosa significhi, non avrà mai
Il caso Pucci e il format standard delle guerre culturali
Il caso Pucci e il format standard delle guerre culturali
Insomma questo “caso Pucci” fa riaffiorare l’annosa questione: esiste una comicità di destra e una di sinistra? La seconda è superiore alla prima? E si può paragonare Pucci a Sanremo con Benigni a Sanremo, come ha fatto La Russa, o sarà lesa maestà già il solo pensarlo, come spiega Cazzullo sul Corriere? Partiamo da questa creatura inclassificabile: l’anomalia, l’unicorno nello zoo, il famigerato comico di destra. Chi sarebbe? Vengono in mente esempi un po’ datati. La factory del Bagaglino, come si è sempre detto, anche se Pingitore respingeva l’etichetta. Forse l’ultimo, misticheggiante Pippo Franco, candidato con Fratelli d’Italia a Roma contro “il Pensiero Unico della sinistra”. Forse Enrico Montesano con la maglia della Decima Mas a “Ballando con le Stelle” – che però era già stato eurodeputato nel Pds di D’Alema. Vengono in mente Jerry Calà fiero berluscones o il variegato plotone cinepanettonico, da Greggio a Boldi, autoproclamatosi “campione di figa & aperitivo”, che però mai si definirebbero “di destra”. In passato sono stati considerati di destra Checco Zalone (fino a pochi film fa), Fiorello all’epoca del “Karaoke”, persino Albanese, prima che si decidesse che Cetto La Qualunque era satira contro la destra e non della destra. Potremmo dire che “di destra” è allora uno stato di passaggio. Una fase intermedia e irrisolta. Una zona d’ombra da cui volendo può venire fuori anche il grande comico, che da lì risalirà fino ai piani alti della rispettabilità: Checco Zalone, appunto, o Lino Banfi catapultato da Di Maio alla commissione Unesco, ai tempi dell’indimenticabile Conte I.
Più raro invece il passaggio inverso: “Drive In” negli anni Ottanta era lodato dalle grandi firme, da Eco a Raboni. Esempio di risata moderna, spregiudicata, libertaria, altro che la vecchia Rai, si diceva parlando dello stesso “Drive In” che poi, con Berlusconi in politica, diventa retrospettivamente “di destra”, triviale, incubatore di sessismo, patriarcato e altre nefandezze, insomma fascista. Come Pucci.
Ogni volta che esce un nuovo special di Ricky Gervais – con tutti quei cunt e fuck e shit, e battute su neri, gay, disabili – c’è sempre qualcuno che mi scrive su WhatsApp: “Hai visto? Ma perché la destra da noi non ha uno così?”. Poi c’è sempre qualcun altro che mi scrive: “Hai visto? Questa è la comicità di sinistra che vorrei”. Fiorello ha raccontato che dopo la sua imitazione di Pucci è passato in poche ore da “amico di Meloni” a “zecca”, tanto per ricordare che c’è anche quel problema di comprensione del testo che complica tutto, specie oggi. C’è poi una folta schiera di comici che non si espongono mai o non si espongono abbastanza, non danno punti di riferimento, non prendono posizione su niente: sono quelli che possono diventare “di destra” per omissione. A Panariello bastò fare il consulente per un sindaco di centrodestra a Prato per ritrovarsi nel vortice di una shitstorm ante litteram, coi cittadini di Montignoso, provincia di Massa Carrara, che chiedevano la revoca della cittadinanza onoraria per “alto tradimento”. Ma era il 2009, anno XV delle crociate........
