Dalla scacchiera delle nomine alle regole del Testo Unico sugli incarichi direttivi e semidirettivi, il merito viene spesso neutralizzato da meccanismi pensati per blindare equilibri già decisi
«I magistrati iscritti all’Associazione nazionale magistrati sono circa 9.200, l’assoluta maggioranza; ma quanti sono quelli iscritti all’Anm e a una corrente? Circa 2.100 e questo è un tema molto importante», aveva raccontato su questo giornale Valentina Stella. Un dettaglio totalmente nuovo, rivelato dal presidente del sindacato delle toghe, Cesare Parodi, che racconta di una minoranza attiva pari a circa il 23%, che però sembra detenere le chiavi di accesso a tutti i posti di comando.
Ma se la stragrande maggioranza dei magistrati non partecipa alla vita politica delle correnti, com’è possibile che la quasi totalità degli incarichi direttivi e semidirettivi finisca proprio in quel perimetro ristretto? Luca Palamara, la cui esperienza al Csm è diventata materia di cronaca e di studio sulle degenerazioni del sistema, descrive una realtà “plastica”: l’appartenenza associativa o il pregresso impegno nell’Anm fungono da acceleratori di carriera che spesso neutralizzano il merito individuale. «Tendenzialmente - dice al Dubbio - il sistema privilegia, a prescindere dal merito, l’appartenenza e basta scorrere i nominativi di tanti magistrati nominati di incarichi direttivi o semidirettivi per avere una plastica dimostrazione di come gli stessi appartengono alle correnti, oppure abbiano ricoperto cariche all’interno della Anm».
Il primo ostacolo per chiunque voglia mappare questo fenomeno è l’inaccessibilità dei dati. Sapere chi appartiene a quale corrente è un esercizio di deduzione basato su candidature pubbliche o partecipazioni a convegni. Durante il suo processo, Palamara chiese formalmente di acquisire l’elenco nominativo degli iscritti all’Anm, invocando il diritto alla difesa per accertare l’imparzialità dei giudici chiamati a........
