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Chi ha curato i manifestanti senza denunciarli è finito nel mirino del regime per complicità

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04.02.2026

I medici dei pronto soccorsi di Teheran e delle altre città iraniane sono stati i primi testimoni oculari della violenza di Stato che si è abbattuta sui manifestanti, in particolare tra l’8 e il 9 gennaio, le due giornate più sanguinose nell’ondata di repressione scatenata dal regime.

I pochi che sono riusciti a parlare con media indipendenti raccontano di scene infernali, costretti a camminare nelle pozze di sangue e ad attivare i protocolli sanitari riservati alle stragi, i cosiddetti mass casuality. Bisognava cioè ignorare che gridava e si contorceva dal dolore e concentrarsi in priorità su chi non aveva nemmeno la forza di parlare.

Il bilancio finale è mostruoso: le autorità della repubblica islamica riferiscono di circa 4mila vittime, ma la relatrice speciale dell’Onu per l’Iran Mai Sato cita almeno 20mila persone uccise dalle forze di sicurezza nel corso delle manifestazioni.

Un chirurgo di Teheran spiega al quotidiano riformista Shargh che la gran parte delle ferite riportate dai dimostranti mostravano in modo inequivocabile la volontà di uccidere: «C’è chi aveva la nuca distrutta, probabilmente colpito da un fucile a pompa a corta distanza, alcuni sono morti dissanguati, moltissimi presentavano ferite in punti vitali, addome, cuore,........

© Il Dubbio