Non fu la magistratura, caro Di Pietro, a fermare Mani Pulite
Affermare, come ha fatto Antonio Di Pietro, che siano stati i magistrati a fermare «Mani Pulite» è una tesi priva di solido riscontro, confermato dagli stessi protagonisti dell’indagine, a cominciare dal procuratore capo di Milano dell’epoca, Francesco Saverio Borrelli. Un’analisi dei fatti storici e delle scelte legislative mostra una realtà nettamente diversa: non fu la magistratura a interrompere l’ondata giudiziaria, bensì una progressiva e determinata controffensiva politica e istituzionale che ne erose l’efficacia operativa.
Chi, come me, ha vissuto quegli anni ricorda chiaramente una campagna sistematica di delegittimazione e una serie d’interventi normativi che hanno ridotto gli strumenti investigativi del pool di Milano. Non si tratta di opinioni generiche, ma di misure concrete approvate dal Parlamento e spesso discusse in sedi ristrette riservate a pochi intimi. Tra gli esempi più indicativi: Il decreto Biondi (1994), definito dai media dell’epoca «salva-ladri», mirava ad abolire la custodia cautelare per reati finanziari e di corruzione. Ritirato in seguito alle proteste dei magistrati, segnò tuttavia l’avvio di una contrapposizione aperta fra politica e giustizia. La riforma della prescrizione (1992-1996), che accorciò i termini di estinzione del reato: processi complessi nati da Tangentopoli si sono spesso sono spesso terminati con un «non doversi procedere» per decorrenza dei termini, nonostante l’esistenza di prove rilevanti. Le modifiche alle norme sulle rogatorie internazionali (1994), che hanno ostacolato l’utilizzo d’informazioni bancarie estere cruciali per ricostruire i flussi delle tangenti.
A queste misure si accompagnò una massiccia campagna mediatica di legittimazione degli imputati e di delegittimazione dei magistrati. Il clima sociale si trasformò: quei magistrati che erano stati percepiti come «impavidi tutori della legalità» furono progressivamente dipinti come «abietti persecutori politici», accusati di voler sovvertire la democrazia rappresentativa. Tale narrativa non nacque per scelta dei giudici, ma fu il risultato di una chiara strategia politica e comunicativa volta a invertire il focus pubblico dalle accuse di corruzione alla modalità delle indagini, specialmente all’uso della custodia cautelare.
Ricordo la testimonianza diretta di Francesco Saverio Borrelli, che descriveva come si fosse passati dal discutere il merito delle indagini — i soldi sottratti e i reati commessi — al mettere in discussione il metodo investigativo, con l’obiettivo di erodere la credibilità del pool. Ricordo inoltre le ispezioni e le pressioni istituzionali: ispettori ministeriali insediati in pianta stabile al Palazzo di Giustizia di Milano per cercare vizi formali o presunti comportamenti scorretti. Tali iniziative ebbero l’effetto pratico di intimidire e rallentare l’attività giudiziaria. Se «Mani Pulite» fosse stata fermata dalla magistratura, non si spiegherebbero venti anni di riforme legislative mirate a limitare i poteri d’indagine e a comprimere i tempi dei processi per reati contro la pubblica amministrazione. La magistratura non si arrese né si fermò. Si scontrò con un sistema politico che reagì adottando strumenti normativi e narrazioni pubbliche in grado di neutralizzare parzialmente la sua azione penale.
Questi sono i fatti documentabili: la storia e la legislazione di quegli anni confermano che la crisi di efficacia dell’azione giudiziaria nacque da scelte politiche molto chiare, sostenute da una potente campagna di delegittimazione, e non da una mancata azione da parte dei magistrati.
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