San Francesco e la costruzione della pace
C'è qualcosa di programmaticamente controcorrente nel riunire in un'aula magna un arcivescovo e una corrispondente di guerra, un frate custode di Terra Santa e una direttrice di giornale, per parlare di pace mentre i notiziari trasmettono immagini di bombardamenti. Eppure è esattamente quello che ha fatto l'Università di Pisa con l'incontro San Francesco d'Assisi e la costruzione della pace, parte del ciclo di conferenze per l'anniversario francescano, moderato dalla professoressa Enza Pellecchia. Attorno al tavolo il rettore Riccardo Zucchi, l'arcivescovo di Pisa Saverio Cannistrà, Padre Francesco Patton già Custode di Terra Santa, la direttrice del Gruppo QN Agnese Pini e la corrispondente RAI Giovanna Botteri.
Un laboratorio di pace nel cuore del conflitto
Padre Francesco Patton ha portato una testimonianza insieme storica e immediata. La Custodia di Terra Santa — incaricata dal papato fin dal 1342 della cura dei santuari cristiani in Medio Oriente — gestisce oggi ottanta luoghi santi in undici paesi, con trecento frati di sessanta nazionalità diverse. Una realtà che è essa stessa, ha spiegato, un laboratorio di pace per necessità strutturale. Il riferimento dottrinale è la Regola non bollata del 1221, in cui Francesco indica due principi ai frati che vivono in quelle latitudini: evitare la disputatio — il linguaggio polemico con cui i predicatori medievali smontavano le fedi altrui — e mettersi a servizio di tutti senza fare dell'identità uno strumento di esclusione. Un'indicazione che suona, ottocento anni dopo, come un manuale di diplomazia.
Il rettore Riccardo Zucchi ha scelto di entrare nel vivo attraverso il lupo di Gubbio — episodio celebre, pittoresco, quasi certamente apocrifo, assente da tutte le biografie canoniche di Francesco come aveva già chiarito Barbero in una precedente conferenza del ciclo. Proprio la sua natura apocrifa lo rende, paradossalmente, rivelatore: il lupo è il punto critico che ogni discorso sulla pace deve affrontare. Nella logica del mondo, di fronte al lupo si reagisce con gli strumenti del lupo. Una risposta che, guardando al Novecento, si è rivelata fallimentare. L'alternativa francescana è la pace disarmata, l'esposizione al rischio: «Vuol dire entrare in una prospettiva di fede, che non è necessariamente fede religiosa, ma comunque una prospettiva di fede». Zucchi ha ricordato che l'Ateneo ha modificato il proprio statuto introducendo la pace tra i valori fondamentali e l'impegno esplicito a non sviluppare armamenti — un gesto che ha definito «disarmo delle parole» prima ancora che delle cose.
Il copione dell'orrore
Agnese Pini ha portato una prospettiva radicata nella storia familiare: il libro Un autunno d’agosto scritto sull'eccidio di San Terenzo Monti nell'agosto del 1944, nella scia di sangue tra Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto, in cui perse la vita una sua bisnonna. Ottant'anni, ha osservato, «sono un sospiro nella storia dell'umanità. Siamo noi». Quella memoria le è servita per articolare una tesi: il copione dell'orrore è sempre identico, i crimini di guerra si compiono ovunque con le stesse modalità. «Non c'è un patentino di moralità. Non ci sono popoli migliori di altri». La differenza rispetto al passato riguarda il linguaggio, o meglio la sua dissoluzione: se nel 2003 l'esportazione della democrazia era una menzogna, almeno cercava di dare una patina di dignità all'orrore. Oggi quella patina è scomparsa — e sui canali ufficiali della Casa Bianca circolano video di bombardamenti accompagnati dalla Macarena. «È lì che muore la pace».
L'arcivescovo Cannistrà ha raccolto il filo del lupo — citando Hobbes e il suo homo homini lupus — per spostare la riflessione su un piano teologico e concreto insieme. La tentazione di fronte all'orrore è il giudizio moralistico: «loro lo fanno, io no». Ma quella separazione è illusoria: «C'è una comunione dei santi, ma c'è anche una complicità nel male». La pace, per Cannistrà, è anzitutto dono ricevuto, non conquista prodotta. Al ciclo di bombardamenti abbinati alla Macarena ha contrapposto un'alternativa: «Metterei come colonna sonora il Miserere». Sul piano civile, ha denunciato il diritto internazionale ridotto a carta straccia con l'ONU ormai priva di efficacia reale, esprimendo apprezzamento per le parole del cardinale Parolin e chiedendo che la classe politica alzasse la voce con altrettanta forza.
Giovanna Botteri: la pace si costruisce nella verità
Chi è abituato a vedere Giovanna Botteri in mezzo busto sullo schermo, con alle spalle qualche teatro di guerra, fatica a riconoscerla nell'aula magna di Pisa, incorniciata dagli scranni dove si proclamano i dottori Honoris Causa. Alla domanda su cosa caratterizzi un costruttore di pace, risponde senza esitazioni: «La volontà di tenere sempre aperto il dialogo». Il meccanismo si inceppa, ha spiegato, quando i cittadini smettono di sentirsi protagonisti della vita politica e le decisioni arrivano «sulla loro testa, sopra la loro volontà». La polis si dissolve, e si produce «un cortocircuito mondiale generale» visibile anche nelle democrazie che sembravano più solide.
Sul rapporto tra narrazione e verità ha espresso una convinzione netta. «La pace si può costruire soltanto nella verità». Un invito ad analizzare le informazioni per distinguerle dalle fake news. La svolta più personale è arrivata sulla domanda sullo sguardo femminile. Era nei Balcani, negli anni Novanta, con una figlia appena nata. In un ambiente quasi interamente maschile — la guerra era sempre stata «un affare di uomini» — si è trovata a guardare le madri come sé stessa, le bambine come la sua. Ne è nato un racconto diverso: oggi le guerre sono viste dal basso, dai civili, dai profughi, dagli anziani soli al buio sotto le bombe. «Noi abbiamo cambiato il racconto. Nei nostri occhi, negli occhi delle donne, negli occhi delle madri, c'è la vita. E la vita significa pace».
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