Il neofeudalesimo e la democrazia
Il libro di Massimo De Carolis “Rifeudalizzazione” (Feltrinelli 2025) offre un’analisi rigorosa e imparziale del dominio esercitato sull’intera società da parte di pochi oligarchi. Per il loro modo di muoversi guidati dal solo impulso dell’azione predatoria (limitata solo dai loro accordi opportunistici), essi possono essere paragonati ai signori feudali. Siamo nel pieno di un processo di rifedualizzazione del mondo occidentale (e dell’intero pianeta) le cui caratteristiche principali sono:
La sovrapposizione tra interesse privato e autorità pubblica;
La simbiosi tra denaro e potere;
Il prevalere del vincolo asimmetrico di autorità/fedeltà tra il leader “feudale” e i suoi seguaci sul vincolo giuridico tra Stato e cittadini.
De Carolis vede nella rifedualizzazione il deragliamento progressivo della democrazia occidentale nel suo tentativo di mantenere inalterato il suo modello di sviluppo che andrebbe, invece, profondamente rivoluzionato. È fuorviante la convinzione che alla base dell’attuale crisi della democrazia liberale, l’ordine istituzionale moderno, ci sia un suo abbandono e tradimento a favore di un ordine premoderno, il quale mai davvero sconfitto si riappropria dello spazio del mondo. Come giustamente fa notare De Carolis i pilastri dell’ordine istituzionale sono gli stessi di prima: gli stati nazionali, l’economia capitalista, la tecnoscienza. Il sistema creato dal loro intreccio ha raggiunto un’ampiezza planetaria: in senso estensivo copre tutta la terra, in senso intensivo ingloba ogni aspetto della vita umana. Niente fa supporre che questo sistema sia in via di regressione. Si direbbe piuttosto che siamo di fronte a una sua perseveranza ostinata, a una sua volontà di autoconservazione che tende a slittare inevitabilmente in un processo di autodistruzione. Sta andando avanti alla cieca, premendo sull’acceleratore mentre la sua vista diventa più offuscata.
Nel libro la società “neofeudale” viene interpretata, attraverso un interessante recupero della lezione gramsciana, come luogo di fenomeni disgreganti morbosi che sono tipici dell’interregno: un’epoca di crisi e di stagnazione nella quale “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. Vista in questa prospettiva la società feudale, il più lungo interregno della storia, assume valore paradigmatico: il suo aspetto più distintivo, “il dominio senza egemonia” (privo di una visuale d’insieme), definisce ogni epoca in cui un ordine istituzionale raggiunge un limite nel suo sviluppo e non accettando di essere sostituito da un nuovo ordine, né potendo partorirlo, resta in decomposizione, infestando la vita. L’ordine istituzionale cede la propria regolazione all’arbitrio, in cui convivono il caso e la necessità, una situazione in cui Hobbes ha creduto di individuare lo stato naturale dell’essere umano.
La democrazia liberale è abitata da sempre da contraddizioni importanti. Nello stato nazionale l’universale (gli scambi e la circolazione libera tra le nazioni) convive, tra intesa e conflitto, con il particolare (le identità geografiche e culturali dei popoli). Nell’economia capitalista la libertà del mercato e la parità delle condizioni negli scambi (la base della sua coesistenza con la democrazia) sono in contrasto con la accumulazione perpetua e la concentrazione del capitale. La tecnoscienza da una parte è al servizio dei bisogni materiali di tutti, dall’altra è uno strumento formidabile di sfruttamento, di controllo e di massificazione dei gusti, dei sentimenti e dei pensieri.
L’ordine democratico-liberale si è impantanato nelle sue contraddizioni. Il suo sviluppo ha creato una società molto complessa sul piano economico e culturale (in cui l’equità fa a pugni con i privilegi), ricca di potenzialità ma anche molto vulnerabile che le sue istituzioni non sono più in grado di governare. Rincorre come un cane la sua coda e incapace di dialogare con la complessità che ha generato, la trasforma in complicazione, precarietà e insicurezza. Per mantenersi in gala si appoggia a una logica di schematizzazione/semplificazione della vita: la produzione cumulativa di una ricchezza astratta dalle relazioni e dall’esperienza vissuta e l’uso come paradigma politico della tecnoscienza.
Al centro del funzionamento del sistema economico-politico attuale De Carolis pone l’alleanza di fatto tra le grandi corporazioni finanziarie e le piattaforme digitali (che non solo intercettano gran parte dei profitti ma definiscono anche la riorganizzazione interna di tutte le aziende). Il potere smisurato dell’alleanza deriva dalla sua capacità di generare e offrire un “ambiente” a cui tutti devono adattarsi per non essere esclusi dal mercato (e dall’insieme delle relazioni di scambio ad esso assoggettate). Questo ambiente sostituisce la funzione regolatrice della politica e installa all’interno della democrazia liberale le relazioni di vassallaggio tipiche della società feudale il cui ordine istituzionale era molto diverso.
Il tecno-ambiente finanziario, nitidamente definito da De Carolis, non garantisce un funzionamento efficace dell’economia né men che mai una buona gestione degli affari sociali. Crea una facilitazione e accelerazione delle comunicazioni, delle contrattazioni e dei servizi che aumenta di pari passo con la concentrazione del suo controllo in poche mani. Semplifica le procedure, al posto di risolvere i problemi reali e la loro complicazione crescente. Ha un forte effetto psicologico di sollievo e di rassicurazione, perché consente di non farsi carico di situazioni difficili e emotivamente onerose. Poiché produce passività e inerzia psichica è percepito come necessario e insostituibile, come autorità insindacabile da cui dipende il posto di ognuno di noi nel mondo. Agisce sulle relazioni di reciproca fidelizzazione tra “signori” e “vassalli” (che promuove in tutti i modi) affiliando gli uni e gli altri alla sua logica impersonale e massificatrice. Più si afferma più sforna impoverimento materiale affettivo e culturale.
Non si può prevedere come sarà il rivoluzionamento della democrazia moderna, che nel suo libro De Carolis considera ineludibile, perché “nelle fasi di transizione arroccarsi intorno ai propri privilegi vuol dire voltare le spalle all’ordine del mondo e rinunciare a un’effettiva egemonia [sulle sue necessarie trasformazioni]”. Si può pensare, tuttavia, che un reale cambiamento passerà attraverso il superamento del sovranismo nazionale che nel contesto della globalizazione ha reso la politica vassalla della finanza e impotente.
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