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Quel pasticciaccio brutto di Palazzo Chigi

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22.04.2026

"Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" (1957) di Carlo Emilio Gadda è un romanzo barocco e graffiante ambientato nella Roma del periodo fascista, alla fine degli anni’20, in cui con la veste del giallo, l’autore rappresenta la crisi e la decadenza dell’Italia di quegli anni facendone una critica lucida e feroce: l’indagine di un commissario di polizia su un furto di gioielli e su un omicidio, condotta su molti sospettati non giunge a soluzione rivelando un groviglio inestricabile e facendo solo intravedere una verità confusa, quindi una non verità.

Oggi non abbiamo un nuovo Gadda, ironico, dolente fustigatore ma ce ne sarebbe bisogno. Infatti la norma del decreto sicurezza del governo Meloni, che prevede un compenso di 615 euro all’avvocato che riesca a convincere un suo assistito immigrato a tornare nel proprio paese, è proprio un pasticciaccio che il presidente Mattarella non firma se non viene modificato in alcune sue parti. E “pour cause”! Esso contiene infatti elementi di incostituzionalità, prova a prezzolare gli avvocati per rimandare indietro gli immigrati non avendo il governo una minima politica adeguata sul problema immigrazione, cerca vie di accomodamento come l’incitazione al voto clientelare di scambio durante la recente campagna per il referendum sulla riforma della giustizia. Adesso il governo deve correggersi, ma non c’è tempo e allora fa un altro decreto che corregge il precedente nella speranza che il primo possa così passare; un “pasticciaccio brutto” insomma per aggirare le obiezioni del Quirinale, la fretta nel fare un decreto, la fretta dannata nel correggerlo perché se non si approva entro il 25 aprile, il governo ha perso la partita.

Quindi la Camera è chiamata a votare su un decreto oggetto di rilievi da parte del Quirinale per poi correggere il pasticcio con un altro decreto. Le normali procedure sono saltate, il ministro Piantedosi ha chiesto il voto di fiducia e la premier Meloni continua a ripetere come un rosario che “i rilevi tecnici” del Quirinale sono stati risolti con un altro decreto. Una confusione incredibile, una inclinazione all’imbroglio come nel gioco delle tre carte per farla franca o, per restare alla letteratura, un racconto nel racconto come le scatole cinesi sistemate a catena l’una nell’altra fino alla più piccola. Il problema è che non si può governare per decreti; governare è più complicato e richiede responsabilità, progetto capacità di ascolto, non disinvolta improvvisazione.

Qui si tratta di problemi seri che riguardano la nostra democrazia, la sua qualità, i diritti. Se c’è un problema di sicurezza nella testa dei cittadini, al primo posto vi sono il lavoro, la sanità, la scuola, il potere d’acquisto. Su questo essi aspettano risposte da chi li governa.

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