Le intelligenze artificiali trasformano un conflitto in una sequenza infinita di esecuzioni
La guerra è sempre cospirazione, scrive il generale cinese Quiao Liang nel suo saggio l’Arco dell’Impero, per indicare come, sempre più i combattimenti siano la parte finale di una strategia di sovversione delle opinioni e delle decisioni dell’avversario, in tempo di pace.
Oggi i conflitti in corso in Iran, ma già prima in Ucraina e a Gaza, ci mostrano come l’atto più inesorabilmente atroce di un combattimento, la devastazione del campo avversario, con il suo compendio di vittime classificate come effetti collaterali, abbia mutato completamente forma e contenuto.
Non si colpisce più un quartiere o un caseggiato per danneggiare il territorio del nemico, ma si selezionano i bersagli nominativamente, in base al peso sociale o gerarchico che hanno. Da tempo assistiamo a un vero tiro al bersaglio, un cecchinaggio pianificato, in cui israeliani e iraniani partecipano a un tetro gioco a nascondino, la posta in gioco è la sopravvivenza dei vertici di comando.
In questi ultimi tempi gli apparati di Tel Aviv hanno colpito con iernsorabile sicurezza i capi del regime, via via che si succedevano nelle posizioni di test. Una sequenza che ha generato perfino scommesse sulla piazza di Londra, con tanto di totalizzatore.
Ma prima del tiro al bersaglio con gli Ayatollah, qualcosa di ancora più rilevante e dirompente era andato in scena a Gaza, dove l’esercito israeliano aveva sperimentato la pianficazione dei bombardamenti con il supporto di Lavender, un apparato di intelligenza artificiale che è in grado, combinando anche data set limitati, di identificare ogni singolo abitante di un quartiere, riconoscendone la funzione e l’attività. In questo modo chi programmava gli attacchi poteva contabilizzare in anticipo quale danno si arrecava alla comunità nemica, eliminando quella tipologia di competenze ed esperienze: quel numero di medici, di ingegneri, di tecnici, di militari.
In Ucraina si era affermata un’altra specie di combattimento, basato sulle rilevazioni di droni leggeri che permettevano alle truppe di Kiev di individuare e scannerizzare il territorio dove agivano le forze russe, riconoscendo i reparti, i loro ufficiali direttamente, ogni componente della truppa, e potendo così colpire quelli che erano ritenuti colpevoli di crimini di guerra.
Siamo in un salto tecnologico e culturale che trasforma la guerra proprio in quello che Grégoire Chamayou, nel suo saggio Teoria del drone, definisce, come “campagna di esecuzioni individuali extragiudiziali”. Una nuova realtà in cui non ci sono più vittime indesiderate o appunto effetti collaterali: tutti quelli che muoiono, come le bambine della scuola iraniana colpita da un missile americano, sono state in qualche modo calcolate. Non ci sono imprevistitutti sono identificabili, anche coloro che premono il grilletto digitale, magari a migliaia di kilometri di sistanza.
Il conflitto non si gioca più fra due comunità anonime l’una all’atra, ma fra due entità note e identificate, in cui ognuno sceglie i propri bersagli. È l’estensione alla guerra della stessa stringente tecnica del marketing granulare, in cui le piattaforme digitali, sulla base dei dati disseminati dagli utenti, sono in grado di localizzare il probabile acquirente del prodotto che stanno promuovendo in una massa pulviscolare di persone.
La società individuale di massa mostra così la sua vera natura di sistema securitario che si basa sull’inventario permanente di ogni comportamento e ogni identità. Il controllo di questi data set, di questo flusso di informazioni sensibili, diventa strategico per decidere chi vince e chi perde. Sono i dati, corredati dalla potenza di calcolo per elaborarli che determina la nuova gerarchia geopolitica.
Ma questa logica di potere è in qualche modo temperata e contraddetta dall’irrefrenabile tendenza della tecnologia computazionale a decentrare gli accessi al sistema. L’informatica tende sempre più, lo ricordava Adriano Olivetti, a trasformare quanto è complesso in semplice, e costoso in gratuito. Una dinamica che amplia il campo dei contendenti e permette, proprio combinando competenze e adeguando linguaggi generativi a nani, come gli ucraini, o i turchi o gli stessi iraniani, a vendere gli agognati droni kamikaze ad americani e russi.
Lo scenario è davvero caotico sotto al cielo, ma non possiamo comunque associarci al presidente Mao che riteneva per questo la situazione eccellente.
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