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Il delitto del terzo piano, sfida (riuscita) a La finestra sul cortile

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13.04.2026

La finestra sul cortile è il più citato, il più lodato, ''Il film tecnicamente più sapiente e perfetto di Hitchcock'' (Andrè Bazin). Perfino il più ''coccolato'' dal suo regista che lo definì ''la più pura espressione dell' idea cinematografica''. Per questa, ragione, bisogna sicuramente riconoscere a Remy Besançon, filmaker francese piuttosto versato nella commedia, un’audacia alquanto indomita nell’aver deciso, con il proprio, Il delitto del terzo piano (in sala dal 16 aprile) di misurarsi a petto scoperto con quel film in cui James Stewart, nei panni di un fotoreporter costretto a letto da un’ingessatura, viene aiutato dalla fidanzata Grace Kelly nell’indagine e smascheramento di un assassino dirimpettaio che ha fatto fuori la moglie e l’ha impacchettata in una valigia.

Come se non bastasse, in una celebre recensione di Truffaut, il film veniva per sempre cristallizzato come una delle più geniali celebrazioni del cinema grazie al cinema: perchè Stewart, immobilizzato, è come il regista che dà a Grace Kelly, l'attrice, le istruzioni su come muoversi, mentre gli altri comprimari (Wendell Corey e Thelma Ritter) svolgono, metaforicamente, le funzioni di produttore e segretaria di edizione.

Forse Besançon non ha paura di sfidare il maestro del brivido perché, più verosimilmente, cerca di divertirsi, ed è un godimento che arriva allo spettatore, giocando con quel capo d’opera facendo di Letitia Casta una docente di cinema che appare in scena proprio con una lezione universitaria sulla Finestra sul cortile, e del suo compagno, Gilles Lellouche, uno scrittore di libri d’avventura e cappa e spada cui l’editrice rimprovera la mancanza di erotismo.

Scopriamo da subito che tutto ciò è un riflesso della sua biografia, dato che lui e la Casta non passano una fase di sensualità incandescente, con lui che dorme sul divano e lei che sembra eccitata solo dalla propria cinefilia. O dagli indizi di un omicidio, di cui inizia a sospettare scrutando nel palazzo di fronte. Potrà il presunto assassinio di una donna ad opera del marito, il vicino di fronte – che è anche regista ed attore di teatro: professione non secondaria ai fini della costruzione e soluzione dell’intreccio – riaccendere il desiderio tra i due? Riuscirà la Casta a coinvolgere il marito nel pericolo della vita reale in un gioco di minaccia e coraggio che possano rimettere in gioco il loro desiderio sopito?

In realtà la coppia protagonista, rodata da successi nella serialità, sembra abitare più nella finzione domestica che nella sublime irrealtà del grande schermo. E il film, pur non mancando di una confortevole piacevolezza di luci, di scorrevolezza, di set, conferma che il genere delle commedie poliziesche non annovera il capolavoro come aggettivo - da questo punto di vista forse era più interessante, e riuscito, un altro film del regista, Il mistero di Henri Pick, con Fabrice Luchini e Camille Cottin sull’enigma di un pizzaiolo bretone autore di un capolavoro letterario. Più praticabile la definizione di una recensione francese (petite comédie policière) che lo accredita di un “intrattenimento affascinante e malizioso” (su “cinedweller.com”).

In fondo, come l’originale, anche questo restyling parigino del capolavoro di Hitchcock ha un sensibile registro metalinguistico: per ridare vita e colore alla commedia - che in generale, in Europa, non mi sembra goda di una stagione indimenticabile - il brivido e l’omicidio possono avere un loro perché.

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