menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Giovani, salario e produttività: il paradosso italiano

18 0
25.02.2026

«L’acquisizione di … talenti, mediante il mantenimento dell’individuo durante la sua educazione, studio o apprendistato, comporta sempre una spesa reale, che è un capitale fisso realizzato, per così dire, nella sua persona. Tali talenti, come fanno parte della sua fortuna personale, così fanno parte anche di quella della società a cui appartiene».

Non è l’affermazione di un moderno economista dello sviluppo, ma un passaggio della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith, considerato il padre dell’economia moderna, scritto nel 1776.

La formazione del capitale umano è dunque, a tutti gli effetti, un investimento. Smith lo paragona a una macchina: un capitale fisso il cui rendimento va valutato nel tempo. Fin dalle origini del pensiero economico moderno, il legame tra formazione/competenze e produttività era chiaro: se lo Stato si faceva carico di questo investimento, lo faceva nella prospettiva di accrescere una delle componenti fondamentali della “ricchezza delle nazioni”.

Venendo ai nostri giorni, sembra che quella lezione sia stata in parte trascurata.

Nel nostro Paese emergono due questioni centrali. La prima riguarda le professionalità che le imprese non riescono a trovare — il cosiddetto mismatching — o che comunque non riescono a reperire in tempi rapidi, diciamo entro quattro o cinque mesi. La seconda concerne la produttività del lavoro, che in Italia rimane mediamente più bassa rispetto a quella dei nostri principali competitor.

Alla base di entrambe le questioni vi è il tema delle retribuzioni, in particolare di quelle destinate alle fasce più giovani del mercato del lavoro. Stiamo vivendo un paradosso evidente: secondo Cnel, Istat e Ist. Tagliacarne-Unioncamere l’occupazione cresce tra gli ultra-cinquantenni, mentre il tasso di partecipazione al lavoro si riduce tra i giovani, con un aumento degli inattivi, così su 12 milioni di giovani oltre la metà (6,1 milioni) è inattiva, mentre 5,2 milioni sono occupati. Negli ultimi mesi, inoltre, il numero degli inattivi è ulteriormente cresciuto.

Impatto stimato del mismatching sulla produttività delle imprese secondo il crescente livello di tecnologia

Parallelamente, diverse analisi mostrano come le retribuzioni medie dei giovani laureati italiani sono significativamente inferiori rispetto a quelle di altri Paesi. L’Italia si colloca in coda per salari di ingresso, superando solo Spagna e Polonia. In Germania, ad esempio, gli stipendi iniziali sono sensibilmente più elevati. A un anno dalla laurea, secondo AlmaLaurea la retribuzione media da noi si aggira intorno ai 1.300-1.400 euro netti al mese. A cinque anni, chi lavora all’estero percepisce in media quasi il 60% in più rispetto a chi è rimasto in Italia.

Legare sempre e comunque la retribuzione esclusivamente alla produttività corrente significa non considerare il capitale umano come un investimento che genera rendimenti nel tempo, ma trattarlo come un costo fisso dai rendimenti costanti (se non addirittura decrescenti). Tuttavia non è così. L’investimento in capitale umano (insieme a quello tecnologico) produce rendimenti crescenti, che si riflettono sulla produttività. Sappiamo, ad esempio, che le imprese che investono nella doppia transizione — digitale e green — e accompagnano tali investimenti con politiche di formazione e valorizzazione del capitale umano registrano una crescita della produttività superiore rispetto a quelle che investono solo in tecnologia.

La dotazione complessiva di capitale di una nazione aumenta se si adottano politiche capaci di favorire l’accumulazione di capitale umano e, soprattutto, se si creano le condizioni affinché l’investimento — in larga parte pubblico, specie per i giovani — venga effettivamente valorizzato dal sistema produttivo. Ciò implica politiche retributive coerenti con lo sforzo formativo compiuto.

Quando questo non accade, le imprese possono non trovare le risorse di cui hanno bisogno non solo per inefficienze del sistema formativo, ma anche perché una parte dei giovani preferisce ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro, prolungare i percorsi di studio o cercare opportunità migliori all’estero.

È uno spreco di capitale umano che finisce per vanificare quel valore sociale dell’investimento formativo di cui parlava Smith.

Il paradosso è ancora più evidente nel Mezzogiorno, dove i flussi migratori verso il Centro-Nord e l’estero comportano una perdita netta di investimento formativo quantificata dalla Svimez in circa otto miliardi di euro, mentre il costo del mancato incontro di professionalità rispetto alle richieste per l’intero Paese è di circa due miliardi.

Molti fattori, soprattutto nel periodo successivo alla pandemia, incidono sulle motivazioni lavorative dei giovani. Tuttavia, la dimensione retributiva rimane stabilmente al primo posto.

Non si tratta soltanto di fissare soglie salariali minime — tema importante sul piano dell’equità sociale e contrattuale — ma di affrontare una questione strutturale di produttività. Se la retribuzione è considerata un semplice costo corrente e non un investimento, si rischia di disperdere risorse pubbliche e private impiegate nella formazione. Il capitale umano, come avrebbe detto Adam Smith, è un investimento che guarda al futuro, ma solo se viene messo nelle condizioni di funzionare come tale già a partire dal presente. Un insegnamento che rimonta a duecentocinquanta anni fa!

I commenti dei lettori

HuffPost crede nel valore del confronto tra diverse opinioni. Partecipa al dibattito con gli altri membri della community.


© HuffPost