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Salumi, chitarre e il coniglio allo strutto. Ricordo di un giorno nel mondo di Guccini

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07.08.2026

In quell’inverno del 2015 avevo già più di un decennio di giornalismo alle spalle, e tuttavia di musica non ero certo un’esperta. Avevo collaborato per lo più con testate locali, a cui avevano fatto seguito i principali magazine nazionali legati al turismo. E poi c’era Vie del Gusto, nella cui squadra ero entrata da poco, trasferendomi dalle Marche a una Bologna vivace e piena di possibilità.

L’Appennino tosco-emiliano non lo conoscevo quasi per nulla e di Francesco Guccini sapevo l’essenziale, probabilmente non quanto avrei dovuto. Quell’intervista mi capitò tra le mani quasi per caso: dovevamo parlare solo di cibo, mi disse il direttore di allora, di osterie e piatti tipici, sarebbe stato facile. Non ero convinta, perciò mi misi a studiare.

Ricordo ancora che sulla strada verso Pavana, mentre guidava il mio fidanzato dell’epoca, ascoltavamo a ripetizione le canzoni di Guccini: lui, che ne era invece un agguerrito fan, riusciva a raccontarmele contestualizzate. Fu strano, e surreale, il modo in cui mi prese una nostalgia struggente di qualcosa che non avevo mai conosciuto, e che però aveva fortemente a che fare anche con me, con noi, con tutti noi.

Guccini ci aprì la porta di casa con un sorriso accogliente. Ci accomodammo in cucina, mentre io non potevo fare a meno di guardarmi intorno, di osservare la biblioteca ricolma di libri; avrei voluto chiedergli quali erano le sue letture preferite, invece il direttore era stato chiaro: dovevamo parlare di cibo. E fu proprio da lì che rompemmo il ghiaccio, spalancando uno sportello della memoria che portava dritto ai suoi ricordi più intimi e veri.

Che quel pomeriggio fosse per me........

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