L’Italia ha un deficit di competenze per il futuro e mette a rischio vita e lavoro delle nuove generazioni
L’Italia è un paese carico di Storia e amante delle storie. Ricco di documenti antichi e monumenti. E la sua scuola più prestigiosa è il liceo classico. Purtroppo, però, ha interrotto da tempo quel legame forte tra storia e futuro che ha fatto da fondamento della nostra stagione storica migliore, il Rinascimento, così ben raccontato dalla “Scuola di Atene”, il grande dipinto di Raffaello che sta nei Musei Vaticani e il cui cartone preparatorio arricchisce una delle sale dell’Ambrosiana a Milano, con Aristotele e Platone, i maggiori filosofi che conversano, attorniati da matematici e astronomi, artisti e un misterioso ragazzetto, i cui capelli sono scompigliati dal vento, simbolo del cambiamento.
Conoscenza e innovazione, in quel dipinto, coesistono. Metafora affascinante della relazione tra memoria e futuro. La cultura, d’altronde, è un mondo complesso, ricco di diversità ma anche unitario, senza separazione tra saperi umanistici e scientifici.
E oggi? Mentre da tempo (anche per merito della diffusione della cultura d’impresa) il dibattito sulle “due culture” è ripreso, l’Italia rivela una drammatica deficienza di saperi scientifici, di “competenze per il futuro”. Di tutto ciò che serve per orientare lavoro e società nel tempo del primato della “economia della conoscenza”.
Lo confermano i dati del QS (Quacquarelli Symonds) World Future Skill Index 2027, con l’autorevolezza di chi ogni anno monitora qualità e prospettive dei sistemi universitari dei maggiori paesi del mondo. Ebbene, il giudizio, guardando all’Italia, è molto duro: siamo appena 22° a livello internazionale per le “competenze del futuro”. I primi della classifica sono Usa, Australia e Regno Unito. E vengono comunque prima di........
