I rischi del millenarismo tecnologico
È curioso come, ogni volta che un guru della Silicon Valley atterra a Roma per dispensare visioni sul futuro, l’atmosfera si carichi di un misto di fascinazione e inquietudine, come se dietro l’aria da profeta del digitale si nascondesse un sottotesto più cupo.
Le lezioni di Peter Thiel sull’Anticristo, per esempio, sembrano uscite da un romanzo distopico più che da un seminario di innovazione, eppure suscitano una attenzione quasi morbosa. È il paradosso del nostro tempo: idee che appaiono bizzarre, sincretiche, a tratti perfino incoerenti, ma che proprio per questo meritano di essere prese sul serio, perché rivelano un clima culturale che non possiamo permetterci di ignorare.
Non è la prima volta che accade. Già durante il primo mandato presidenziale di Donald Trump si era assistito alla comparsa di una sorta di filosofia politica parallela, un magma ideologico che Steve Bannon aveva provato a comporre mescolando Antonio Gramsci con Julius Evola e Alexandr Dugin, come se bastasse agitare insieme categorie incompatibili per produrre una teoria del potere. Un pastiche, certo, ma non per questo innocuo.
Allo stesso modo, Thiel tiene insieme cattolicesimo tradizionale e anarco‑libertarianismo, un’operazione che farebbe sorridere se non fosse che da queste sintesi improbabili emerge una visione del mondo che guarda con sospetto alla democrazia liberale e affida la salvezza a élite illuminate, o presunte tali. È qui che la storia torna utile, non per fare paragoni impropri ma per riconoscere delle strutture ricorrenti. Gli Stati Uniti di oggi non sono la Germania degli anni Trenta, e anzi continuano a rappresentare un faro di libertà e democrazia - sicuramente nel Deep state, meno nel l'establishment presidenziale -; ma è innegabile che anche i fascismi europei nacquero accompagnati da un brodo culturale confuso, sincretico, pieno di riferimenti esoterici e contaminazioni tra destra e sinistra. La Società di Thule, il tradizionalismo di René Guénon, l’antroposofia e gli iperborei (hanno scritto pagine illuminanti George Mosse e Paolo Galli), traiettorie di figure come Jacques Doriot o Nicola Bombacci, che attraversarono gli estremi ideologici con sorprendente disinvoltura, mostrano come i momenti di crisi producano sempre teorie ibride, messianiche, seducenti e pericolose. Il tratto comune, ieri come oggi, è la sfiducia verso la democrazia liberale e l’idea che solo un’élite – spirituale, tecnologica o politica – possa salvare la società dalla decadenza o dal caos.
Che si tratti di proteggere la civiltà occidentale dalle “forze dissolutive” evocate un secolo fa da Oswald Spengler, o di difendere l’umanità dai rischi dell’intelligenza artificiale, la logica non cambia: si invoca un’autorità superiore che decida al posto dei cittadini, perché il popolo non è in grado. Ma la storia ci ha insegnato, con una chiarezza dolorosa, che ogni tentativo di superare la democrazia liberale in nome di un sistema “illuminato” ha prodotto esiti peggiori.
Ecco perché le parole di Thiel, per quanto eccentriche, non possono essere liquidate come folklore intellettuale. Sono il sintomo di un’epoca in cui la tentazione di affidarsi a salvatori, tecnocrati o visionari torna a farsi sentire. E se c’è una lezione che Roma, con la sua stratificazione millenaria, può ricordare a chi arriva dalla Silicon Valley, è che le civiltà non si salvano con scorciatoie autoritarie o superomistiche, ma con la fatica quotidiana della democrazia, imperfetta e lenta, e proprio per questo insostituibile.
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