La tragedia delle Maldive e il mondo delle immersioni: i tre fattori
In questi giorni l’incidente delle Maldive che ha coinvolto 5 sub italiani ha scatenato un dibattito mediatico ricco di inesattezze, soprattutto da parte dei media. Lungi da me voler fare affermazioni sull’incidente in sé, ma i miei due centesimi sulle immersioni mi sento di esprimerli. Sono istruttore sub, guida subacquea, ho 27 anni di esperienza una trentina di brevetti di specializzazione in vari ambiti della subacquea, tra cui immersioni profonde e uso di miscele di gas.
Partiamo dalle basi. Normalmente nelle immersioni si usa aria compressa, non “ossigeno”. Aria compressa che è, di fatto, la stessa che stiamo respirando in questo momento: una miscela composta per circa il 21% da ossigeno, il 78% da azoto e il resto da altri gas in quantità minime.
In una normale immersione, l’aria viene compressa da un compressore, caricata nelle bombole e poi erogata attraverso appositi dispositivi chiamati, appunto, erogatori.
Fin dai primi corsi base si imparano i rischi che respirare aria in pressione può comportare. Il primo riguarda l’azoto, un gas per noi metabolicamente inerte ma che sott’acqua può creare principalmente due problemi.
Il primo è la narcosi d’azoto. Aumentando la profondità aumenta anche la pressione parziale dell’azoto, che può provocare una sorta di ebbrezza, detta anche “effetto Martini”. Non è una buona cosa in immersione, come è facile dedurre. La sensibilità varia molto da persona a persona e generalmente può manifestarsi oltre i 30-35 metri.
Il secondo problema riguarda la decompressione. Durante la discesa l’azoto si scioglie nei nostri tessuti, mentre in risalita deve essere eliminato gradualmente. Se si risale troppo velocemente, questo azoto può formare bolle nel........
