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L’effetto Vannacci sconquassa il centrodestra: ecco come cambiano i voti e le alleanze in Veneto

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08.08.2026

L’irruzione di Vannacci sta sconquassando lo scenario del centrodestra veneto. Lega e Fratelli d’Italia ballano sulle montagne russe, discese ardite più che risalite. Della Lega sappiamo tutto, il disastro l’ha combinato Salvini e gli aggiornamenti cambiano poco: basta dire che i leghisti veneti sono sempre lì a consolarsi con Luca Zaia pronto a partire ma che non parte mai.

Di Fratelli d’Italia, di questa generazione di quarantenni trasportati in carrozza nella stanza dei bottoni del Veneto dal successo travolgente di Giorgia Meloni, sappiamo molto meno.

Non hanno avuto neanche il tempo di metabolizzare il 18,7% delle regionali, arrivato come una batosta dopo il mirabolante 37,6% delle europee, che già si trovano dentro alla tempesta perfetta. L’ex generale è un’idrovora applicata allo zoccolo duro dell’elettorato di destra, capace di risucchiare consensi in grado di portarlo, dicono a Strasburgo dove lui da parlamentare europeo è di casa, tra il 12 e il 15%.

Come si sta riorganizzando il centrodestra

Esagerazioni probabilmente, ma la paura si tocca con mano se anche il giovane capogruppo di Fdi in Consiglio regionale Claudio Borgia va in televisione a rivendicare il cordone ombelicale con il Msi: «Se un elettore è disorientato», gli è capitato di dire, «posso garantire che la destra c’è, la destra è Fratelli d’Italia che prima era An che prima era Msi». Che prima era nella Repubblica di Salò con Giorgio Almirante, questo Borgia non l’ha aggiunto (ad un dibattito su Tva Vicenza) ma se torniamo al via come nel gioco dell’oca, il collegamento è automatico.

Il passaggio colpisce perché Borgia è uno molto attento a tenersi alla larga dalle nostalgie missine.

«Il Msi era votato da tante persone», aggiusta il tiro quando gli facciamo la domanda precisa, «avevamo una percentuale nazionale tra il 6 e l’8%, adesso siamo votati dal 37% degli italiani, non vorremmo sostenere che sono tutti nostalgici della repubblica di Salo». Certo che no. Ma rivoltare la giacca ogni tanto e mostrare che la Fiamma non è mai cambiata, aiuta a frenare l’emorragia.

Ma quale emorragia, va negando sui giornali il numero Uno di Fdi nel Veneto, Raffaele Speranzon, coordinatore regionale: «Non vedo amministratori di Fratelli d’Italia che lasciano il partito, non vedo particolari spostamenti nel territorio».

Perché Speranzon usa gli occhiali del partito: se limitiamo gli “spostamenti nel territorio” alla classe dirigente di Fdi ha ragione, ma è comprensibile. Fino al 2022 Fratelli d’Italia stazionava al 9,6% di gradimento politico dei veneti e al 4,3% degli italiani. Era un gruppetto dei ragazzi del coro di centrodestra, anche se faceva sentire bene la voce. L’apparato del partito rispettava queste grandezze, non a caso l’unico nome di dirigente passato con Vannacci che gira nelle cronache venete (finora) è quello di Joe Formaggio, consigliere regionale non rieletto, personaggio discusso, per un periodo sospeso anche dal partito.

Gli “spostamenti nel territorio” che contano sono altri, riguardano la base degli elettori e qui c’è un mondo intero in trasferimento. Siamo sempre all’oste che parla di se stesso, ma a sentire il luogotenente di Vannacci Stefano Valdegamberi, trasformatosi in pochi anni da mite consigliere dell’Udc al “Ringhio” della squadra del generale (una metamorfosi politica da studio), non si contano più i comitati che nascono per sostenere la Causa, gli amministratori locali che bussano alla porta, i cittadini che chiedono l’iscrizione. A maggio erano 11.000 gli iscritti a Futuro Nazionale, 170 i comitati.

«Non guardo neanche più i numeri», risponde Valdegamberi, «non sono in grado di aggiornare gli elenchi. In tanti anni che faccio politica non ho mai visto un fenomeno simile, un’esplosione così. Ho il telefono intasato, mi chiamano anche da fuori regione, da Caserta perfino. Mi fermano per strada, sto girando il Veneto come una trottola, sono stato in Friuli, non ho più tempo per me».

Se ne deduce che con la velocità con cui sono arrivati i voti di Fratelli d’Italia rischiano di andarsene. Nel partito si consolano mettendo la Lega in pole position nell’orbita di attrazione fatale di Vannacci. Potrebbe essere, se pensiamo che lo stesso Valdegamberi deve la rielezione in Consiglio regionale del Veneto al generale, il quale a ottobre era vice di Salvini e ha preteso l’inserimento in lista di Valdegamberi “in quota Vannacci”.

Poi a febbraio il generale ha salutato la Lega e Valdegamberi è passato nel gruppo misto, diventandone vicepresidente. Presidente è chi arriva per primo e gestisce come vuole i fondi, il personale, la sede: nel caso è stata Sonia Brescacin, fedelissima di Luca Zaia, uscita dalla Lega il giorno dopo le elezioni per delusione da mancata nomina ad assessore, ma in evidente accordo con Zaia per occupare la posizione.

Intercettiamo Valdegamberi a Nove, nel Vicentino, dove l’hanno invitato per presentare 7 nuovi comitati di Futuro Nazionale. Sala piena alle 11 di mattina. «Non sono qui per........

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