I missili iraniani possono veramente colpire l'Europa? Cosa c'è nell'arsenale di Teheran (e cosa temono Usa e Israele)
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I missili iraniani possono veramente colpire l'Europa? Cosa c'è nell'arsenale di Teheran (e cosa temono Usa e Israele)
Gli armamenti, i sistemi di lancio e i rifugi. Qualche mese fa hanno «bucato» diverse volte lo scudo di Tel Aviv
L’Iran ha sviluppato negli anni un buon arsenale per poter colpire i nemici a distanza. Una conseguenza diretta della guerra con l’Iraq di Saddam Hussein negli anni ’80. E da allora i suoi ingegneri, con l’aiuto di Cina, Russia, Nord Corea, hanno messo a punto sistemi poi impiegati nel duello con Israele ma anche per prendere di mira sia i curdi che i ribelli baluchi in Pakistan. Inoltre, fornendo alcuni vettori e droni a milizie amiche (come gli Houthi nello Yemen) hanno testato i mezzi in condizioni di combattimento reale. Un aspetto che ha permesso di aggiornare/modificare i suoi dispositivi.
Per Teheran questi apparati sono irrinunciabili in quanto rappresentano la miglior difesa, permettono di rispondere ad eventuali attacchi, tengono sotto tiro basi americane e bersagli nella regione.
La prima categoria di missili è composta da quelli a corto/medio raggio: si passa dai 300 chilometri dello Shahab 1 ai mille del Dezful. Al livello superiore ci sono «ordigni» con i quali i pasdaran sono in grado di raggiungere obiettivi in un range compreso tra i 1.300 chilometri (Shahab 3) e i circa 2 mila del Khorramanshahr. È probabile che Donald Trump, quando ha parlato al Congresso di armi che minacciano l’Europa, si riferisse proprio a questo modello. Secondo gli esperti può arrivare sui territori europei sudorientali (ad esempio la Grecia) se lanciato dalle zone occidentali dell’Iran.
Lo schieramento è completato dai cruise, compreso il Soumar (2 mila chilometri) e da una vasta serie di droni-kamikaze, impiegati ripetutamente.
I guardiani della rivoluzione hanno creato una serie di bunker e rifugi ben protetti a Ovest e nel settore centrale, inoltre hanno «disperso» i missili: questo per cercare la «sopravvivenza» in caso di raid nemici. Sono almeno cinque i siti (noti) ricavati all’interno di montagne dove sono ospitati i vettori.
Durante lo scontro di giugno, con israeliani e americani, molte installazioni hanno subito danni. I bombardamenti hanno messo fuori uso numerosi impianti bellici, colpito i centri di produzione di motori e combustibile solido, eliminato «rampe» fisse e mobili . Nei mesi successivi gli iraniani hanno lavorato per rimpiazzare le perdite.
Teheran avrebbe acquistato nuovo materiale da Pechino (sempre per la messa punto del combustibile) e sarebbe vicina ad un accordo per missili antinave CM 302 con i quali fronteggiare l’Armada statunitense. Stime non ufficiali ritengono che i pasdaran abbiano almeno 2 mila missili mentre per quanto riguarda i lanciatori si ipotizza una cifra di 200-260, sempre che siano riusciti a procurarsi le componenti. Ma anche su questo fronte la Repubblica islamica ha un’esperienza profonda su come aggirare embargo, controlli, ostacoli internazionali usando sponde in paesi terzi.
I guardiani della rivoluzione, nella battaglia con gli israeliani, hanno dimostrato di poter bucare in diverse occasioni lo scudo antimissile dello Stato ebraico, in teoria uno dei più sofisticati al mondo ed integrato con la rete di avvistamento americana.
Per alcuni osservatori le «testate» hanno una precisione relativa ma ciò non diminuisce il loro valore «strategico». Nei negoziati in corso Washington, raccogliendo anche i timori di Tel Aviv, ha chiesto a Teheran una riduzione del raggio operativo dei missili e un ridimensionamento dell’arsenale. Condizioni sempre respinte a livello ufficiale dagli ayatollah.
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