Alessia, accoltellata sul bus
Parla la penalista vittima dell'aggressione del 5 marzo: «In questa storia c'è stato un disagio non intercettato. Sono fuggiti tutti dal mezzo, devo la mia vita al conducente»
«Qualcosa non ha funzionato in questa catena di eventi. E quell’uomo è stato lasciato solo».
Cosa vuol dire esattamente avvocato?«Voglio dire che da qualsiasi lato si guardi, in questa storia ci sono due vittime: io e il mio aggressore».Alessia Viola, penalista napoletana di 32 anni, dopo aver trascorso mezza giornata tra ospedali per medicazioni e incontri con familiari, amici e colleghi («ho ricevuto un’andata d’affetto che mi ha aiutata molto», dice), riavvolge il nastro di quei lunghi minuti di terrore trascorsi la sera di giovedì 5 marzo su un bus al Vomero, quando è rimasta vittima di una brutale aggressione da parte di uno sconosciuto, e a mente fredda accetta di fare anche qualche considerazione.
«Quell’uomo era lì, con me, sotto la pensilina dei bus di piazza Quattro Giornate. Era appena venuto via dalla vicina caserma dei carabinieri e si stava lamentando ad alta voce».
E cosa sosteneva?«Che non veniva preso in considerazione. E anche quando mi ha accoltellato e mi teneva costantemente sotto la minaccia dell’arma ripeteva che si sentiva minacciato, sotto ricatto».
Che idea si è fatta?«Si era rivolto alle forze dell’ordine pochi minuti prima, si vedeva che era in evidente stato di alterazione ma il suo disagio non è stato pienamente intercettato. E l’abbandono di chi necessità di attenzioni può produrre questi episodi. Penso che come me sia una vittima anche lui».
Cosa prova adesso nei suoi confronti, dopo che si è tolto la vita?«La società in cui viviamo produce l’abbandono, lascia sempre indietro qualcuno. E penso poi al dolore dei suoi genitori».
E in lei, oggi, cosa fanno più male: le ferite prodotte dalla lama dell’uomo sul suo viso, sulle mani, le braccia, o quelle che porta dentro?«Ho subito un intervento alla mano sinistra, quando mi hanno suturato la ferita provocata da una coltellata alla mandibola i medici del Cardarelli mi hanno detto che il taglio è arrivato a un centimetro dalla giugulare. Ma è l’incubo vissuto quel che mi rimane dentro: mi sono sentita in quegli istanti come in un film del terrore. Ma davvero sta capitando a me?, mi chiedevo. È una sensazione che non dimenticherò mai».
E cos’altro ricorda di quella sera?«Che mi sembrava una sera come tante, io che attendo il bus per rincasare dopo il lavoro, le poche persone che mi erano accanto. Quando il mezzo si è fermato lui è stato l’ultimo a salire e, dopo essere rimasto in piedi da solo, si è sistemato alle mie spalle. C’erano tanti posti liberi e la cosa mi ha colpita».
E poi cos’è accaduto?«Che mi ha sferrato un primo fendente al braccio. Io d’istinto ho alzato le mani e lui mi ha colpito ancora».
E gli altri passeggeri?«C’erano 5/6 persone, si sono alzate tutte e sono fuggite verso il conducente».
Vuol dire che nessuno ha cercato di soccorrerla?«Sì. Li ho sentiti urlare, chiedevano che fossero aperte le porte. Poi sono fuggiti tutti. Devo molto a Davide, il conducente, che si è precipitato verso di noi ed ha preso tempo provando a calmare quell’uomo. Mi è venuto a trovare anche in ospedale. E ringrazio il sindaco che mi ha chiamata, i sanitari tutti, la vicinanza di Ordine e Camera Penale».
Cosa le ispira la sua professione a proposito della Basaglia? Occorrerebbe rivedere la materia?«Il vuoto produce abbandoni. Ed è mancato qualcosa, qualche elemento strategico, anche in questa vicenda: chi deve farsi carico del disagio psichico delle persone. Sarebbe bastato che i carabinieri avessero allertato il 118 oppure l’Asl dopo aver notato lo stato di alterazione di quell’uomo: non ci sarebbe stata l’aggressione né il tragico epilogo della sua morte».
In questi giorni di convalescenza le è mancato il suo lavoro?«Molto. Si è rafforzata in me l’idea di voler essere al servizio della giustizia. Quel che viviamo oggi è qualcosa di molto diverso dallo stato sociale di diritto. Vi è una distanza enorme tra questo e lo stato delle cose».
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