Il Sud letterario non è l'India coloniale di Kipling
A proposito del dibattuto sul «turismo culturale» nei romanzi meridionali: la sociologia non può sostituire la critica letteraria
Fotografia di Mimmo Jodice
La bassa Italia di questo secolo non è l’India coloniale di Kipling: incantata e felice di essere governata dagli inglesi. Bisognerebbe partire da qui. Dal tempo che passa e dai contesti che cambiano. Eppure c’è ancora chi guarda il rapporto tra Nord e Sud con le categorie di allora. A Milano, Venezia e Torino, scrive Carlo Pizzati su La Stampa, si leggono le storie meridionali come nella Londra vittoriana si leggevano i romanzi ambientati nelle periferie dell’impero. Di più. Il Nord sceglie i romanzi del Sud per un interesse analogo: per domesticare l’esotico, per fare turismo emotivo, per ritrovare nel confronto con un altrove vicino ciò che sente di avere perduto. “È una questione di geopolitica culturale”, dice Pizzati ricorrendo a una formula allusiva come poche. E destinata inevitabilmente a mettere in allarme i lettori ignari di tanta complicità. Ciò che è perduto, ad esempio, lo è in senso nostalgico? O, al contrario, è proprio il superamento di quel mondo a produrre al Nord un senso di liberazione, se non addirittura di superiorità? Giornalista e scrittore che da anni vive in Asia, Pizzati non a caso richiama esplicitamente Edward Said e, implicitamente, il suo libro più celebre, «Orientalism» (1978). In quel saggio l’Oriente non è descritto........
