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Il compito più difficile della capitale del No

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02.04.2026

Se si vuole che Napoli sia davvero considerata tale allora bisogna accettarne fino in fondo le conseguenze: non usare questo primato come rifugio polemico ma come punto di partenza

Napoli non è soltanto il capoluogo italiano con la più alta percentuale di No (alla riforma sulla giustizia). Si è distinta anche — come ha osservato Salvatore Vassallo, direttore dell’Istituto Cattaneo — per un significativo spostamento di elettori di centrodestra verso le posizioni del centrosinistra. Questo non significa certo che Napoli sia la capitale del perbenismo civico, come qualcuno potrebbe pensare prendendo alla lettera una battuta infelice sentita in campagna referendaria. Piuttosto, il dato parla in prospettiva: del ruolo della città, della sua classe dirigente, della sua capacità di orientare il dibattito pubblico e, in ultima istanza, della sua funzione nazionale. Onori e oneri, dunque.Perciò non è stato un buon esordio il video con alcuni magistrati che cantano Bella ciao , irridono una collega impegnata per il Sì e invitano a «saltare» per distinguersi da Giorgia Meloni. È un’immagine che indebolisce, anziché rilanciare, l’autorevolezza di chi dovrebbe incarnare equilibrio e misura. E l’assenza di Nicola Gratteri («non ho condiviso quei saltelli») rafforza il giudizio. Vale del resto una domanda speculare: cosa sarebbe accaduto se, a risultato rovesciato, magistrati schierati per il Sì avessero intonato Va’ pensiero negli uffici giudiziari del Lombardo-Veneto? La risposta è evidente, e proprio per questo illumina la gravità dell’episodio.Ancora più rilevanti sono poi altre parole dello stesso Gratteri. In particolare, queste: «Il No al referendum non è stato un rifiuto del cambiamento, ma la bocciatura di un metodo». Qui si apre un terreno fertile, che merita di essere coltivato senza forzature. Perché, nell’euforia della vittoria, oltre che con i «saltelli», c’è il rischio di strafare anche con un’assurda pretesa: riscrivere la storia a proprio vantaggio, trasformando le ragioni di oggi in assoluzioni per ieri. Così, nelle ore successive al voto, si sono ascoltate ricostruzioni frettolose, quando non distorte. Si è sostenuto, ad esempio, che il pregiudizio antimeridionale nasca con Umberto Bossi: tesi suggestiva, ma storicamente infondata. L’antimeridionalismo è una corrente ben più antica, che attraversa i secoli: dalle espressioni sprezzanti già presenti in età normanna — «homines caccarelli et merdacoli», ci definiva Roberto il Guiscardo — fino alle teorie pseudoscientifiche di Cesare Lombroso, maturate in un clima culturale segnato da matrici positiviste e socialiste, che finirono per legittimare una lettura deterministica e stigmatizzante del Mezzogiorno.Allo stesso modo, attribuire alla Lega la «cancellazione» del Mezzogiorno dalla Costituzione nel 2001 è una semplificazione che non regge. La riforma del Titolo V fu voluta e approvata da un centrosinistra allora al governo, convinto di aver creato le condizioni per colmare i divari territoriali. Fu una scelta politica precisa, non un’imposizione altrui. E quanto al presunto consenso del centrodestra, basti ricordare che Bossi e i leghisti non votarono quella riforma perché la consideravano «altra cosa» rispetto all’obiettivo dichiarato del tempo, cioè la secessione. Infine, la figura di Paolo Cirino Pomicino: trasformarla oggi in un comodo capro espiatorio serve più a costruire contrasti simbolici che a comprendere davvero le responsabilità di lungo periodo. Dopo di lui, molti altri hanno governato, e i divari non si sono ridotti.Se si vuole che Napoli sia davvero «capitale del No», allora bisogna accettarne fino in fondo le conseguenze: non usare questo primato come rifugio polemico, ma come punto di partenza. Le parole di Gratteri sul metodo vanno prese sul serio proprio per questo: non chiudono al cambiamento, ma ne fissano una condizione. E chiamano in causa anche chi quella riforma l’ha proposta e sostenuta. Non a caso, all’indomani della sconfitta, il centrodestra ha aperto al confronto con l’opposizione, riconoscendo che un intervento sull’ordinamento giudiziario può passare anche per la via ordinaria, senza intervenire sulla Costituzione e attraverso un serrato confronto parlamentare. È un cambio di tono che va colto, ma che lascia aperta una questione. Se il metodo conta — e ora tutti lo riconoscono, da Nordio al viceministro Sisto — perché non è stato così prima? Perché la fretta, perché l’assenza di un confronto reale, perché una linea che ha finito per dividere invece di convincere? Chi, come chi scrive queste note, ha votato Sì non può ignorare tali domande e deve riconoscere che si è chiesto consenso senza costruirlo fino in fondo. Detto questo, Napoli capitale del No ha ora un compito più difficile della vittoria stessa. È chiamata a trasformare un rifiuto in proposta, una bocciatura in indirizzo. Perché i No, da soli, non governano nulla. Ma possono — se diventano responsabilità — indicare una strada.

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