L'allarme della preside Pirone: «A Ponticelli c'è un'emergenza dai contorni preoccupanti»
La dirigente scolastica del Marie Curie, il primo istituto di Napoli dove hanno fatto la comparsa i metal detector: «Lì fuori resiste un clima di omertà». E il decano Stanco: «Non possiamo abituarci all'orrore»
Valeria Pirone, preside dell’istituto “Marie Curie” di Ponticelli, è stata la prima dirigente scolastica a chiedere e ottenere, due anni fa, l’introduzione dei controlli con il metal detector all’esterno della sua scuola. «Sì, sono stata la prima; da me si fanno controlli random, quest’anno ne abbiamo avuti 4 o 5, ogni tanto senza preavviso vengono le forze dell’ordine con i cani antidroga e il metal detector portatile, controllano gli studenti prima di entrare a scuola».
Nonostante tutto, però, ragazzi giovanissimi continuano a morire. L’omicidio di Fabio Ascione ha sconvolto i suoi alunni.«Non conoscevo il ragazzo - racconta la preside — però molti miei studenti lo conoscevano, lo descrivono come un ragazzo buono, Fabio non aveva scelto un percorso di studi, lui lavoricchiava, faceva tardi la notte, ci saremo al funerale».
Fabio è stata una vittima per errore, la classica situazione in cui si è nel posto sbagliato, al momento sbagliato. «Ponticelli vive una realtà che va oltre l’immaginario e che io sto imparando a conoscere attraverso i racconti dei miei studenti — prosegue Pirone — mi hanno raccontato dinamiche allucinanti, di un sistema malato criminale che è molto capillare. Loro sanno chi possono incrociare e chi no, evitano gli sguardi perché a volte anche uno sguardo può coinvolgerti in situazioni scomode».
La preside parla di un quartiere sconvolto, dove la gente ha paura. «Tutto il quartiere sa da giorni, si vocifera della dinamica dell’omicidio, dei responsabili, però non si parla, c’è molta omertà, se dei ragazzi di 17-18 anni hanno una percezione così nitida e brutale del loro contesto, com’è possibile che noi altri non si faccia nulla? C’è da fare molto di più di quello che si dice e non mi vanno bene le semplificazioni, tipo “la scuola deve fare la sua parte”, non vanno bene misure repressive, perché questo significa non voler prendere consapevolezza che là fuori c’è un’emergenza criminale dai contorni molto preoccupanti e gravi, per i quali è necessario affrontare la situazione in maniera netta e precisa da parte di chi presidia l’ordine e la sicurezza pubblica. Non è possibile che non ci siano sistemi di videosorveglianza, se non poche telecamere che gli stessi miei alunni sanno dirmi dove sono collocate o dove non ci sono. Questo per me è assurdo, perché qui si spara sempre, anche solo per sfidarsi», conclude.
Ed è sconvolto anche il decano di zona, don Fulvio Stanco, «avverto un senso di stanchezza profonda. Non possiamo abituarci all’orrore. Come Chiesa, restiamo al fianco di chi piange, ma chiediamo con forza alle istituzioni, alle famiglie e ai giovani stessi di scegliere una strada diversa. La vita è un dono sacro, troppo prezioso per essere bruciato in un istante di follia o per logiche di potere che non lasciano altro che cenere. Non ci fermeremo, la nostra risposta non sarà il silenzio, ma un impegno ancora più coraggioso e capillare».
Vai a tutte le notizie di Napoli
Iscriviti alla newsletter del Corriere del Mezzogiorno Campania
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Partecipa alla discussione
