L’ex leader di Potere Operaio Oreste Scalzone diventa attore e interpreta se stesso a Napoli
Scalzone veste i panni di un suo alter ego nel film «Rosso pompeiano» ambientato a Materdei. E chiede: «Guardatelo con spirito poetico»
C’è una Napoli che porta ancora dentro la carica rivoluzionaria dei movimenti extraparlamentari. Quelli iniziati nel sogno del ’68 e abortiti nel sangue degli anni di piombo. Una Napoli dove le pratiche di aggregazione politica, antichi arnesi del secolo passato, si rinnovano portandosi dietro la poetica tipica degli sconfitti che non si arrendono. È questa la Napoli che la regista francese Prescillia Martin fa vivere nella sua opera prima «Rosso Pompeiano». Il film, interamente girato a Napoli nel centro sociale «Il Giardino liberato» di Materdei, quartiere dove si sperimentano nuove forme di occupazione sociale, è stato presentato in prima assoluta martedì sera a Casa Cinema di via Cisterna dell’Olio. Tutta la poetica nostalgica della coproduzione franco-italiana è racchiusa nel protagonista Emiliano, interpretato da Oreste Scalzone. Sin dai primi minuti del film è chiaro che l’ex leader di Potere Operaio, condannato in contumacia per associazione eversiva mentre era rifugiato in Francia protetto dalla dottrina Mitterand, non faccia solo da interprete, ma riviva la sua vita.
Emiliano è Oreste Scalzone e «Rosso Pompeiano» è la sua storia. Il protagonista, come Scalzone, «è stato inghiottito dalla Francia», dove si è rifugiato dopo la militanza in un’organizzazione sovversiva italiana. Tornato a Napoli per il funerale di Ciro, un suo compagno di lotta, si ritrova convolto nella battaglia che la comunità del centro sociale occupato fondato dal suo amico scomparso, sta portando avanti contro lo sfratto. Oreste Scalzone, nei panni di Emiliano, si muove con bastone, cappello e fazzoletto rosso al collo, tra antichi conflitti di una Napoli contemporanea. Nel centro sociale occupato Emiliano incontra Alessio (Alessio Gallo), «lavoratore illegale» che lo accompagna in giro in vespa e gli spiega come funziona la comunità che abita l’antico palazzo. Conosce Vincenzo (Vincenzo Messina), leader inconsapevole del centro sociale, che va a vendere il pesce con Alfeo (Emanuele Zappariello) al mercato e si scontra con improbabili fascisti più simili a quelli degli anni ’70 che a quelli del «terzo millennio».
Il giovane attivista raccoglie il testimone della lotta da Emiliano nel quel vede un esempio. «Per me», gli dice dopo un’assemblea, «sei una leggenda, come lo è la storia della tua fuga in barca». Una fuga cinematografica che richiama quella che Scalzone fece realmente nel 1981 quando, approfittando di una libertà provvisoria dal carcere, fugge in Corsica in barca, aiutato dall’attore Gian Maria Volonté. A guardare a Emiliano come esempio è anche Ornella (Clara Bocchino), giovane nipote di Ciro, che rinnega la ricca e nobile famiglia materna per seguire l’ideale del nonno, andando in giro ad appendere striscioni per l’amnistia (altra battaglia portata avanti da Scalzone nella realtà) e rispondendo alla madre «dici che Ciro era un terrorista, ma quando lo Stato è l’assassino come si dice?». Emiliano si muove tra le anime in subbuglio di Materdei che diventano l’immagine delle «distorsioni del capitalismo moderno». Nel palazzo occupato vivono lavoratori precari, illegali, isolati da tempi di lavoro insopportabili. Sarà Emiliano a riorganizzarli a recuperare i vecchi metodi, a insegnare come si fa a resistere, in un passaggio di consegne generazionale che si compie quando guida la testa del minicorteo degli abitanti del centro sociale occupato in risposta allo sgombero della polizia.
In «Rosso Pompeiano» Napoli si vede pochissimo, è una città reinventata per fare da palcoscenico alla storia di Scalzone. Non si vedono i panorami da cartolina inflazionati in tutte le produzioni del momento, fa eccezione il Vesuvio che entra in scena poco prima degli scontri e solo perché Ornella sposta un lenzuolo steso ad asciugare lasciando entrare il vulcano nell’inquadratura quasi involontariamente. Eppure Napoli si avverte in ogni frame. «Che questo film inizi la sua vita cinematografica in questa città», ha spiegato la regista, «è simbolicamente forte, perché per noi questa è stata un’avventura collettiva, un lavoro fatto con tecnici e attori per lo più napoletani». E Materdei non è stato solo un set; il quartiere ed i suoi abitanti sono diventati parte integrante dell’esperienza collettiva. «Il Giardino Liberato di Materdei», ha sottolineato il produttore francese Gilles Sandoz, «mi ha permesso di scoprire Napoli, una città dinamica e giovane e cinemato-grafica, che conferma ciò che diceva il poeta: il cinema, come il comunismo, è la giovinezza del mondo». Alla presentazione Scalzone, il più atteso, non c’era. L’ex leder di Potere Operaio è bloccato da un infortunio in Francia ma manda un video. «Questo è un film poetico», ha detto, «guardatelo con questo spirito». Mentre il vecchio attivista saluta, si mette il cappello, mantiene il bastone, si tocca il fazzoletto rosso al collo, la differenza tra Emiliano e Scalzone scompare del tutto.
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