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Lo speleologo Minin:

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L'esperto consulente nelle indagini: «Mi sono calato due volte, c’è un foro nel collettore»

Il buco nella banca  e nel  riquadro Gianluca Minim

«Sono sceso due volte per effettuare sopralluoghi nella rete fognaria intorno all’istituto di credito di piazza Medaglie d’Oro. Ne sono appena riemerso ed è stata una prova impegnativa». Lo speleologo Gianluca Minin, «papà» della Galleria Borbonica, è stato coinvolto come consulente nelle indagini dopo il colpo alla filiale del Crédit Agricole. Si è calato nelle fogne, ha realizzato immagini ad alta risoluzione con strumenti sofisticati. Una mappatura laser che nelle prossime ore sarà un prezioso strumento a disposizione dell’Autorità giudiziaria.

Dai rilievi si è capito come la banda si è mossa nel sottosuolo?«Occorre fare due premesse importanti. La prima riguarda la riservatezza di alcune informazioni: non posso dare notizie sulle quali c’è il segreto istruttorio. La seconda riguarda la rete del sottosuolo utilizzata dalla banda. Non si tratta di cunicoli e gallerie, quelle della cosiddetta Napoli sotterranea, ma della rete fognaria. Insomma non si deve fare confusione».

Dunque, in pieno stile cinematografico, i banditi si sono mossi all’interno delle fogne?«Sì, a quattro metri di profondità. Certo non erano degli improvvisati. Per muoversi nelle fogne bisogna avere piena consapevolezza. Avere la misura precisa della resistenza fisica, della capacità polmonare, della abilità ad orientarsi al buio, di affrontare imprevisti, di portarsi dietro una attrezzatura pesante. Credo che i malviventi abbiano imparato il percorso a memoria per non perdersi, perché nella rete ho riscontrato una decina di bivi. C’è ora una questione che riguarda un foro che va riempito, un buco che c’è nella parete del collettore principale e che crea difficoltà di natura tecnica. Se domani piovesse ci sarebbero problemi molto seri. Insomma è stato disposto un intervento sull’impianto e i rilievi sono stati importanti per capire come procedere, con quanto e quale materiale».

Come e in quanto tempo è stato realizzato questo buco?«Gli scavi sono stati fatti a mano. E dunque è stata un’opera che ha richiesto un tempo non breve. E non è questo l’unico caso. In genere si procede così anche per motivi legati alla necessità di agire senza fare rumore».

Napoli è una città che si regge sulle cavità sotterranee. I colpi messi a segno, o perlomeno progettati, arrivando dal sottosuolo hanno avuto gioco più facile grazie a questa conformazione?«Le cavità del sottosuolo non sono quelle di cui si servono queste bande. In genere si muovono nelle fogne. C’è un solo caso che rimanda ad una cavità che aveva una funzione tecnica: era il campo base della banda».

La «sua» Galleria borbonica ha invece uno sviluppo nel sottosuolo.«Un’altra natura, siamo a decine di metri di profondità...».

Galleria che consentiva un collegamento da Palazzo Reale, dunque dal Plebiscito, a via Domenico Morelli dove c’era l’esercito e dove il re, che su questo percorso poteva spostarsi in carrozza, poteva trovare rifugio e protezione.«La galleria ha un doppio percorso: uno civile, l’altro riferito al re. Fu realizzata infatti con i soldi della casa reale, e per metà, con quelli che oggi diremmo comunali’. Su progetto del geniale Enrico Alvino, i lavori incominciarono nel 1835 e durarono cinque anni. Si scavò a mano, senza mai arretrare di fronte alle difficoltà che pure ci furono. Gli scavi intercettarono l’acquedotto e si andò avanti senza mai togliere l’acqua alla città».

La Galleria durante la seconda guerra mondiale diventò poi un rifugio.«Per comprendere la portata del sottosuolo di Napoli basta ricordare che in città vennero attrezzate a ricovero bellico 208 cavità. E la Galleria Borbonica poteva ospitare 10mila persone».

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18 aprile 2026 ( modifica il 18 aprile 2026 | 07:45)

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