Regione, l'ora della svolta
Siamo quasi a quattro mesi dalla elezione di Roberto Fico e restiamo all'ordinaria amministrazione. Anzi, agli adempimenti obbligatori
È vero: siamo stati abituati male. Con Vincenzo De Luca il fragore delle invettive scavalcava qualsiasi avvenimento. Ogni suo annuncio, accompagnato puntualmente da accenti autocelebrativi, squarciava l’orizzonte dell’immaginario. Alla fine, ma soprattutto al di là delle promesse bucate come palloncini, rimaneva una idea sulla quale ragionare, interrogarsi e criticare. L’ultima, per esempio, lasciata in eredità alla opinione pubblica, è il cosiddetto Faro, la nuova sede della Regione: su cui — tuttavia — ha allungato le sue ombre il più diffuso scetticismo sin dal momento dell’annuncio in pompa magna.
Oggi siamo quasi a quattro mesi dalla elezione di Roberto Fico alla presidenza della Regione Campania e a tre mesi dalla sua proclamazione (datata 9 dicembre 2025) e sappiamo a stento che tra una decina di giorni sarà approvato il bilancio, dopo il lungo periodo di esercizio provvisorio. Siamo alla ordinaria amministrazione. Anzi — al momento — agli adempimenti obbligatori. Ma di ciò che avverrà, dei prossimi impegni, di come la pensi sulle alleanze politiche in vista delle imminenti scadenze amministrative (se è d’accordo che Vincenzo De Luca si ricandidi a sindaco di Salerno contro il Movimento 5 Stelle e gli altri pezzi del Campo largo), delle proteste popolari a Bagnoli (alle quali probabilmente avrebbe partecipato in prima fila fino a poco tempo fa) non si sa nulla. Non è pervenuto neanche un refolo di pensiero.
Certo, Fico ha bisogno di impadronirsi della macchina amministrativa di palazzo Santa Lucia.È necessario completare questa fase di collaudo. Ma ad ogni domanda minimamente spinosa che gli viene posta, il neo presidente della giunta regionale è solito rispondere sempre allo stesso modo: «Stiamo lavorando» (se tocca a lui) o «Stanno lavorando i segretari dei partiti» (se tocca al versante politico). È come se il «lavoro» indicasse una fase interminabile di sospensione, non lo sforzo per approssimarsi velocemente a un risultato. In campagna elettorale Fico ha puntato su alcuni punti programmatici, ma forse sarebbe meglio definirli spunti intenzionali: la difesa delle aree interne, la tutela della condizione di disabilità, la riorganizzazione del trasporto pubblico locale (in particolare dell’Eav e della Circumvesuviana) e della sanità. Tutte partite complesse da affrontare con piglio risoluto. Non temi da proclamare.A che punto siamo? Si può sapere?
Sicuramente non aiuta l’atteggiamento distratto se non rinunciatario della opposizione di centrodestra. Finora, per buona parte, sonnolenta.Come se una coltre di vapore anestetico coprisse l’intera assemblea regionale. Il capo della opposizione, Edmondo Cirielli, al termine del giro delle Regionali, ha salutato il consiglio ed è rientrato alla Farnesina. E chissà se anche altri prenderanno la stessa strada romana in previsione della tornata delle Politiche. Le battaglie, ormai, si limitano alla competizione elettorale: l’unico momento in cui si avverte la presenza di una coalizione, o meglio, di un perimetro politico, seppure debolmente delimitato, come purtroppo insegnano i continui passaggi di casacca o la difficoltà a trattenere i consiglieri eletti o, peggio ancora, non eletti nei ranghi delle formazioni di origine. Alla fine, confermano quasi tutti di essere interessati esclusivamente al loro successo personale più che alla funzione alla quale sono chiamati per mandato.
Ma nulla più sorprende. Basti ricordare quanto accaduto in occasione della definizione delle commissioni consiliari e con la contesa sulle presidenze: alla prima prova distributiva degli incarichi, la maggioranza extralarge ha impiegato settimane per arrivare faticosamente ad una intesa. Il fatto è che quando non si esercita fino in fondo una vera leadership politica, tutto diventa opinabile, contestabile, rivendicabile. Ed è per questo che si impone l’urgenza di assumere anche una riconoscibile (ripeto: riconoscibile e non surrettizia) funzione politica quando si amministra, a maggior ragione se i partiti diventano poco più che etichette elettorali. E ancora di più se si è chiamati a occupare ruoli monocratici come quello di sindaco di una grande città o di presidente di Regione.
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