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Come riempire un secchio bucato – il progetto di divulgazione scientifica (parte1)

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23.08.2026

Ilham Mounssif è dottoranda a Cagliari, ricercatrice fellow del BRICS policy Center di Rio de Janeiro, analista e divulgatrice geopolitica. Ciò che colpisce del percorso non sono tanto gli studi estensivi – oggi siamo di fronte all’eccesso di competenze in generale e la scarsità di opportunità- bensì l’avere effettivamente soggiornato, studiato e lavorato in paesi particolari: Russia, Cina, Marocco, Francia, Malta… Toccare con mano certe realtà, viverle. Ciò costituisce una marcia in più, e va ben oltre la teoria e le belle parole. Ho sempre pensato personalmente che chi vive in un luogo non sia un mero turista. Si tratta un testimone che ha modo di metabolizzare. A differenza del turista- spettatore, non ha bisogno di nascondersi dietro etichette o audizioni. Vi è quindi la sensazione che vi sia qualcosa di più neutrale e veritiero nell’esposizione delle vicende: pensa globale e agisci locale. In un periodo di cambiamenti dove si bada più al termometro, che legge semplicemente la temperatura, che non al termostato, il quale regola la temperatura, un feedback intellettualmente onesto merita rilievo. Quando si riesce ad abbassare il volume, ci si accorge che è come se un metodo perdesse la valenza scientifica e il senso pratico che si vorrebbe far passare, diventando così piuttosto un obiettivo specifico. Lo viviamo nell’austerity, nella necessità di traghettare l’opinione pubblica in situazioni che in realtà non la riguarda, (in molti ormai ne sono abbastanza consapevoli). Non sempre il nostro/ proprio modo di vedere riflette veramente come gli altri percepiscono le cose e pensare il contrario sarebbe come attingere all’acqua con un secchio bucato.

Partiamo un po’ dal suo percorso che incide molto e il progetto di divulgazione? Il mio percorso comincia molto prima e molto lontano dalla geopolitica. Sono nata a Marrakech e sono arrivata in Italia a due anni. Sono cresciuta a Bari Sardo, in Ogliastra, un paese di poche migliaia di abitanti sulla costa orientale della Sardegna. Mio padre faceva il commerciante, mia madre casalinga. Lo dico non per pittoresco autobiografico, ma perché è la prima lezione di politica che ho ricevuto: crescere in una periferia interna di un Paese europeo insegna presto che la distanza dai centri decisionali non è una mera retorica. Poi ho studiato: scienze politiche e relazioni internazionali a Sassari, economia internazionale a Roma, entrambe con lode, con Erasmus a Sciences Po Grenoble, un semestre a Mosca e tirocini a Malta e a Vienna. E qui arriva il punto che il vostro lettore ricorderà: nel 2017 vengo premiata alla Camera fra i migliori laureati d’Italia, e lo stesso giorno mi viene negato l’ingresso in aula per assistere ai lavori parlamentari, perché il mio passaporto era di un Paese extracomunitario. La presidente Boldrini rimediò personalmente, e le sono ancora grata. La ragione per cui non ero cittadina italiana dopo vent’anni di residenza era la mancanza del requisito di reddito. Tutt’oggi, a 31 anni e con una situazione professionale adeguata, non sono cittadina. Attendo: è una procedura che richiede anni. Ma non sono rimasta con le mani in mano ad aspettare un passaporto rosso. Ho fatto sempre una cosa sola, in luoghi diversi: ANDARCI. Cooperazione allo sviluppo in Marocco nel 2016, nell’anno delle mobilitazioni del Rif. Un semestre alla MGIMO di Mosca nel 2018, dove ho scoperto quanti filtri eurocentrici avesse la mia formazione. Un tirocinio di ricerca alle Nazioni Unite a Vienna nel 2019. Poi la Cina, dove sono arrivata a fine 2019 come ambasciatrice culturale e dove mi ha travolta la pandemia: sono rimasta, e ho cominciato a raccontare quello che vedevo in radio, in tv, sui giornali, perché in Italia se ne parlava senza saperlo. Infine, il Brasile, durante la presidenza brasiliana dei BRICS nel 2025, come ricercatrice del BRICS Policy Center di Rio. Global Southern è un progetto di divulgazione nei social media per divulgare la ricerca oltre i confini universitari. Lei nella sua premessa distingue il testimone dal turista, e fa bene. Il turista giudica un luogo con le categorie che si è portato da casa; il testimone accetta di lasciarsi correggere. In Cina ci sono arrivata con una visione distorta e ne sono uscita con un dottorato in mente. Non perché la Cina mi abbia convinta di qualcosa — non sono un’entusiasta di nessuno — ma perché lì si discuteva seriamente di BRICS, governance globale, ordine post-occidentale: temi che in Europa restano relegati a una nicchia o addirittura demonizzati. Global Southern nasce da lì. Analisi geopolitica e geoeconomica per un pubblico non specialista, con una regola non negoziabile: distinguere il verificato dal contestato, il normativo dal descrittivo, e criticare tutti i centri di potere, compresi quelli che si presentano come amici del Sud del mondo o moralmente superiori. Non faccio militanza travestita da analisi: faccio ricerca e provo a renderla leggibile, tenendo insieme il piano materiale-economico, quello politico-sociale, quello ideologico e, dove serve, quello religioso ed escatologico. Quest’ultimo è molto pertinente per comprendere quanto accade in Medio Oriente.

Le news sono moltissime, da info complesse a teorie complottistiche a retorica banale. Rompiamo il ghiaccio da qui, sfatando teorie astratte e guardando ai fatti. Gli interessi strutturali e materiali non hanno bisogno di coordinarsi dietro le quinte per convergere: basta che condividano lo stesso vantaggio. Tanto che uno dei mantra del “Global Southern club” — come chiamo il pubblico che segue i canali TikTok e Instagram — è che il vero complotto sia la realtà stessa. Ha più senso non chiedersi chi comanda, domanda a cui non si può mai rispondere con precisione, ma chi ci guadagna: a quella si risponde con i dati e con i fatti. Riprendo la sua immagine del termostato. Questo è stato tarato nel 1944 e da allora non è stato più toccato. Le faccio due esempi concreti, entrambi del periodo della pandemia globale. Il primo. Nell’agosto 2021 il Fondo Monetario Internazionale emette la più grande allocazione di Diritti Speciali di Prelievo della sua storia: 650 miliardi di dollari, pensati per dare liquidità ai Paesi in ripresa dalla pandemia. La distribuzione avviene però in proporzione alle quote detenute nel Fondo, di conseguenza il G7 – che di liquidità non........

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