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Per Trump le alternative in Iran sono solo del diavolo

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20.03.2026

Il dilemma romanzesco contempla due alternative ma per l’eccezionalità del soggetto Trump e per l’enormità della situazione che ha posto in essere le alternative diaboliche diventano tre. Continuare a combattere assecondando la guerra di Israele; dichiarare la vittoria con il raggiungimento degli obiettivi e ritirarsi con la corona di alloro che Rubio o Hegseth gli metterebbero al collo ; terza soluzione, rilanciare organizzando una invasione di terra anche parziale ma tale da dare all’Alleanza Epstein una concreta presenza sul suolo della Persia. L’ignobile censura delle democrazie La situazione sul campo al netto della censura imposta da Israele, e accettata da tutta l’informazione in occidente, ci dice che gli Stati Uniti non hanno più un centro di comando o di informazione o di rifornimento utilizzabile in sicurezza in tutto il medioriente. Per rifornirsi di carburante e armi la 5à flotta deve ritornare in India, gli attacchi aerei devono partire da basi più lontane con costi e stress logistici enormi, qualche giorno fa è precipitato un aereo cisterna. Non ci sono più radar efficaci per proteggere con un certo anticipo sia i militari americani che le città israeliane le quali per difendersi devono utilizzare una notevole quantità di intercettori per provare a distruggere i missili e i droni iraniani. Lo stretto di Hormuz è bloccato dai pasdaran ma soprattutto dalle compagnie assicurative che non coprono più il rischio del transito. Trump ha già chiesto per due volte di aprire una trattativa per un cessate il fuoco. Respinto al mittente. Come vuole Netanyahu può decidere di continuare a combattere un nemico indebolito che, tuttavia, si è dimostrato abile ed efficace militarmente e nell’imporre un prezzo economico in rapida crescita agli Stati Uniti e ai loro alleati, paralizzando i mercati energetici globali e colpendo una dozzina di paesi in tutta la regione. Per Trump non valgono le eccezioni poste da esperti : continuare a combattere metterebbe a rischio altre vite americane, aumenterebbero enormemente i costi finanziari e rischierebbe di indebolire ulteriormente le alleanze. Non pone alcuna attenzione agli “utili idioti” del mondo MAGA a cui aveva promesso di evitare di coinvolgere la nazione in altre guerre. Trump è stato messo lì proprio per fare le guerre. L’alternativa è di iniziare a fare marcia indietro, anche se la maggior parte dei suoi obiettivi non sono stati raggiunti: la teocrazia è ancora al potere, apparentemente comandata dal figlio ferito dell’ayatollah, che ha già giurato di continuare a impiegare le capacità asimmetriche dell’Iran, dagli attacchi informatici al posizionamento di mine marine e ai raid missilistici contro obiettivi nella regione. Non sono state distrutte le scorte di combustibile nucleare, arricchito al 60% o forse al 90%, che sono alla base dei timori che l’Iran possa fabbricare 10 o più armi nucleari e che rimarrebbero alla portata di un governo iraniano ferito che potrebbe essere più motivato che mai a trasformare quel combustibile in armi. La potente forza paramilitare del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche e le milizie che hanno ucciso migliaia di iraniani che protestavano per le strade a gennaio sono ancora al loro posto. I maggiori successi militari dell’azione congiunta USA/Israele finora, affermano i funzionari americani , sono stati la distruzione di gran parte dell’arsenale missilistico e delle difese aeree iraniane , la paralisi della sua marina, l’assassinio di Ali Khamenei. Troppo poco. Sabato 14 marzo Trump ha lanciato un appello sui social media a Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Gran Bretagna affinché inviassero forze navali per mettere in sicurezza lo stretto, riconoscendo per la prima volta pubblicamente che mantenere aperta questa vitale via d’acqua potrebbe richiedere aiuto e maggiori risorse di quelle attualmente a disposizione degli Stati Uniti nella regione. Ha ricevuto solo “niet”. Per Netanyahu la soluzione migliore sarebbe: occupare l’isola di Kharg, dove a 25 miglia dalla costa iraniana e 483 km a nord-ovest dello stretto di Hormuz, si trova il principale terminale petrolifero dell’Iran. E’ il punto di snodo fondamentale per l’Iran: da qui infatti passano il 90% delle esportazioni di petrolio iraniano, e organizzare una invasione di terra con la creazione di una testa di ponte abbastanza grande anche instaurando uno stato etnico da condizionare per sempre l’Iran. Ipotesi fantasiose? Mica tanto, d’altronde che senso ha la spesa di mille miliardi di dollari per la difesa se non si riesce a tenere una testa di ponte nel Mar Rosso e poi se non si riesce a fare una operazione di questo tipo con un avversario come l’Iran militarmente di molto inferiore come è pensabile di fare paura alla Cina che è 100 o 1000 volte più potente?. Qualunque cosa decide Trump pagherà carissimo Come sempre le alternative, tra situazioni di scelta impossibili, in cui ogni opzione disponibile comporta conseguenze gravemente negative o tragiche sta nei risvolti e nelle possibili conseguenze. Se Trump decide di continuare a combattere all’intensità attuale si inchioda ad una guerra che non può vincere con costi economici e di usura di uomini e materiali ad un livello economicamente insostenibile per gli Stati Uniti. Si parla di una spesa fra uno e tre miliardi al giorno con una ulteriore erosione della base elettorale che solo al 22% approva la guerra. Ancora maggiori sarebbero i danni macro all’economia americana e dell’intero occidente. L’ambiente finanziario di Wall Street è violato da ipotesi sempre più consistenti di una possibile crisi di liquidità del sistema finanziario privato, BlackRock, BlackStone e dei fondi speculativi che hanno rastrellato migliaia di miliardi di risparmio privato, al di fuori dei controllori istituzionali, e rappresentano i maggiori investitori nelle società che lavorano sull’Intelligenza Artificiale che senza il carburante in dollari rischierebbe il tracollo. Se gli investitori chiedono la liquidazione dei propri investimenti in 48 ore Wall Street è nuovamente gambe all’aria per una crisi che si annuncia dieci volte più grave di quella del 2008 successiva alla Lemhan Broters. Se Trump decide di rompere con Netanyahu e andarsene cantando vittoria, limitandosi a fornire armi e munizioni, metterebbe a rischio la propria vita per la quantità di sionisti che circolano dentro la Casa Bianca che per un tradimento di queste proporzioni non avrebbero dubbi a mettergli una pistola alla tempia. Lasciare gli israeliani soli o quasi a cercare i 500 chilogrammi di combustibile fissile in qualche caverna dell’immenso Iran per cui si è scatenata la guerra rappresenta seriamente un rischio esistenziale che Israele non può sopportare. Lo spiega il Prof. Ted Postol, esperto di armi nucleari al MIT, : “ L’Iran non è uno stato nucleare ma è tecnicamente uno pro-nucleare nel senso che è ampiamente nelle condizioni di costruire anche in un tunnel una decina di armi nucleari tattiche in tempi brevissimi, 10/15 giorni. Potrebbero averlo già fatto. Se hanno a disposizione 10 detonatori moderni abbastanza facili da acquistare sul mercato, non hanno necessità di testare”. Sono tutte ipotesi di soluzioni che faranno di Trump un presidente azzoppato politicamente e favorirebbe una opposizione interna al mondo repubblicano che già in molti si stanno riposizionando. Qualunque decisione prenda andrebbe a incidere molto a ridosso con la campagna elettorale delle elezioni di midterm generando un malcontento che potrebbe essere pagato elettoralmente con la perdita della maggioranza repubblicana sia camera che al senato a favore dei democratici che con l’impeachment potrebbero costringere Trump o ad andarsene o a decretare ‘Insurrection Act” (Legge sull’Insurrezione), una legge federale degli Stati Uniti, risalente 1807, che conferisce al Presidente la facoltà di dispiegare le truppe militari , inclusa la Guardia Nazionale federalizzata , all’interno del paese. Ipotesi fantasiose?. Su tutta la questione è esplosa la bomba delle dimissioni Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo, che martedì 17 ha annunciato le sue dimissioni a causa della guerra in Iran. Un “j’accuse” clamoroso che dimostra come la decisione di Trump di colpire Teheran stia dividendo anche le frange più fedeli della sua amministrazione. Motivo delle dimissioni “Non posso in coscienza appoggiare la guerra in corso in Iran…… Che non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Media americani, alti funzionari israeliani e influenti lobbisti israeliani hanno messo in atto una campagna di disinformazione e seminato sentimenti bellicisti simili a quelli messi in atto per giustificare una guerra con l’Iran. Queste menzogne sono le stesse che gli israeliani hanno usato per trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq, che è costata alla nostra nazione la vita di migliaia dei nostri migliori uomini e donne”. Trump , i suoi alleati e le lobby che lo sostengono “mala tempora currunt sed peiora parantur”.


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