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L’ombra del liberalfascismo: crisi capitalistica e la rinascita inesorabile del socialismo

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13.04.2026

​Il sipario sulla storia non è mai calato, nonostante le pretese di trionfo definitivo del capitalismo neoliberale che, con la caduta del Muro di Berlino, si illudeva di aver sancito la “fine della storia” e l’eternità del suo modello. Questo sistema, lungi dall’essere stabile, si sta ora radicalizzando a destra, si riarma freneticamente e appare sempre più fuori controllo, manifestando un’evidente disfunzione sistemica. In questo processo, esso sta dimostrando una verità ineludibile: per quanto aggressivo possa diventare, non può cancellare il cammino dialettico dell’umanità e la sua perenne ricerca di giustizia. ​Oggi assistiamo a una lotta intestina, furiosa e senza esclusione di colpi, tra le forze sedicenti liberali e quelle apertamente fasciste per la conquista del potere. La posta in gioco, è bene chiarirlo, non è affatto la restaurazione della democrazia, ma la mera e brutale gestione di un capitalismo occidentale in evidente e profonda crisi strutturale. Questa contesa, lungi dal produrre un salutare rinnovamento democratico, sta invece accelerando la creazione di un nuovo e inquietante sistema di potere che molti osservatori hanno già battezzato “liberalfascismo”. Si tratta di un meccanismo di controllo che opera una sintesi tossica, fondendo l’ortodossia economica neoliberale – con la sua ossessione per la deregolamentazione e l’austerità – con metodi di governo autoritari e securitari, annullando ogni residuo di partecipazione popolare e pluralismo. Il risultato è la spoliticizzazione radicale della sfera pubblica e l’esercizio di un potere sempre più nudo e privo di legittimità etica. ​Questa crisi di gestione si manifesta in un presente gravido di catastrofi che toccano ogni ambito della vita globale e mettono in luce l’incapacità del sistema di affrontare sfide complesse. In primo luogo, la Crisi Climatica rappresenta uno shock ambientale senza precedenti. Questo non si limita a turbare superficialmente gli equilibri della natura, ma mette seriamente in discussione le fondamenta stesse della civiltà umana, esigendo un cambiamento radicale di paradigma produttivo. Per la sua portata, la crisi climatica si erge a minaccia esistenziale più grande del nostro tempo, che non può essere risolta con greenwashing o tecnologie di mercato. ​Parallelamente, assistiamo alla Normalizzazione della Violenza su scala geopolitica: lo sterminio del popolo palestinese, pur essendo una tragedia immane e lampante violazione del diritto internazionale, non riesce a suscitare l’indignazione globale proporzionata alla sua gravità. Viene invece dolorosamente assorbito nella “normalità” cinica della politica internazionale, una vera e propria macchia indelebile sulla coscienza collettiva delle nazioni occidentali. Questo quadro di aggressività sistemica si riflette negli attacchi incessanti alla sovranità di nazioni come il Venezuela e L’Iran, e si spinge fino alla riproposizione di mire coloniali quasi surreali, come le minacce statunitensi di annessione della Groenlandia. A ciò si aggiunge l’Esaltazione della Guerra: il riarmo e la logica bellica tornano ad essere promossi non solo come strumenti accettabili di politica estera, ma addirittura come un disperato motore economico per un sistema in affanno. Questo approccio cinico e militarista minaccia seriamente la stabilità globale, alimentato solo da interessi ristretti del complesso militare-industriale. ​Infine, la Risposta Economica Inadeguata aggrava il quadro. La crisi economica e sociale, che amplifica le disuguaglianze in modo osceno e polarizza le ricchezze come mai prima d’ora, viene affrontata con misure miopi, nazionalistiche e superficiali come l’imposizione di dazi. Questa soluzione protezionista, lontana dall’affrontare la radice del problema, ignora totalmente le cause strutturali e profonde del collasso: l’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, la stagnazione dei salari reali e l’assenza cronica di investimenti pubblici strategici mirati. Tra questi, spicca in particolare il disinvestimento nei capisaldi del servizio pubblico come la scuola e la sanità, settori vitali che, se depauperati, minano le basi stesse della coesione sociale, della produttività a lungo termine e della sicurezza collettiva. ​Questi sintomi non sono affatto casuali; rivelano il fallimento sistemico della restaurazione capitalista iniziata oltre cinquant’anni fa. Il castello di carte eretto su un’accumulazione illimitata, sulla delocalizzazione selvaggia e sull’egemonia finanziaria sta definitivamente crollando. Ma proprio nella profondità di questa crisi risiede il seme del cambiamento e della speranza: con il fallimento palese del liberalfascismo e dei suoi surrogati autoritari, rinasce con forza la necessità, e a poco a poco anche la realtà concreta, del socialismo. Questa rinascita trova il suo emblema in figure come Zohran Mamdani, il democratico socialista eletto a New York, la cui vittoria è avvenuta proprio sconfiggendo l’establishment e mettendo al centro un programma di riformismo collettivista basato sui bisogni primari (casa, trasporti, sanità), dimostrando che la giustizia sociale non è un’utopia, ma un programma politico vincente. ​Non si tratta affatto di un nostalgico e anacronistico ritorno a formule esaurite del Novecento, bensì di una ripresa critica e autocoscienziale. Quello che è stato fatto può e deve essere ripreso, ma la condizione fondamentale è imparare rigorosamente e onestamente dalla sconfitta subita. Questo significa analizzare le deviazioni autoritarie, gli errori burocratici che hanno soffocato l’iniziativa popolare, e la tendenza a sacrificare la democrazia interna in nome di una presunta efficienza economica. Il socialismo del futuro dovrà essere intrinsecamente democratico, ecologico nel suo nucleo fondante e internazionalista. Questa necessità di rinnovamento trae forza anche dalla grande tradizione del socialismo europeo, inclusa quella italiana che fu rappresentata, a partire da figure come Giacomo Matteotti, dalle aspirazioni dei lavoratori del PSI delle origini, le cui battaglie per la giustizia sociale e per la dignità del lavoro rimangono il punto di partenza irrinunciabile per l’oggi. Questa idea socialista, rinnovata e fondata sulla giustizia radicale e sulla sostenibilità, deve tornare ad essere il vero faro, la visione rigeneratrice che la sinistra mondiale è chiamata a riscoprire e a brandire per non perdersi nell’insignificanza e nel compromesso al ribasso. ​Solo rovesciando questa disastrosa restaurazione capitalista che ci trascina verso il baratro, e solo rimettendo al centro i principi di equità, cooperazione internazionale, pianificazione ecologica della produzione e giustizia sociale che sono l’essenza del percorso mondiale del socialismo, l’umanità può sperare di evitare la catastrofe ambientale e sociale accumulata in questi decenni. ​Il socialismo, inteso come un sistema che subordina l’economia alla vita, all’equilibrio ecologico e ai bisogni reali e democraticamente definiti delle persone, non è un’opzione ideologica tra le tante. Oggi, solo il socialismo, con la sua ineliminabile visione della giustizia sociale e il suo imperativo democratico, può veramente salvarci da questa crisi autoritaria e antidemocratica.


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