Il labirinto del fisco: perché prima di tassare i patrimoni dovremmo contare gli sprechi
Esiste una vecchia massima del buon senso economico che conserva la forza d’urto delle verità matematiche: «Lo Stato non possiede un solo centesimo che non sia stato prima guadagnato da un cittadino». Si tratta di un promemoria brutale, che ci ricorda come ogni singola moneta gestita dalla macchina pubblica nasca dal lavoro, dal tempo e dai sacrifici dei singoli cittadini e delle forze produttive del Paese.
Questa riflessione è quanto mai attuale in un dibattito politico italiano ciclicamente infiammato dallo spettro – o dalla promessa, a seconda dei punti di vista – della tassa patrimoniale. Troppo spesso, infatti, la politica tratta le risorse erariali come se fossero un patrimonio autonomo, una ricchezza generata dal nulla, dimenticando il legame indissolubile e di profonda responsabilità che lega chi spende il denaro pubblico a chi lo ha materialmente prodotto lavorando ogni giorno. Nelle ultime settimane il tema è tornato prepotentemente al centro dell’agenda attraverso proposte di legge di iniziativa popolare e battaglie parlamentari sostenute da storiche figure del sindacato come Maurizio Landini con la CGIL e da leader della sinistra ecologista come Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli sotto la sigla di Alleanza Verdi e Sinistra (AVS).
L’idea chiave è quella di una tassa progressiva sui grandi patrimoni volta a finanziare servizi essenziali come la scuola e la sanità; tuttavia, prima ancora di discutere l’opportunità ideologica di una nuova imposta, c’è una domanda più urgente che attende una risposta: come vengono spesi i soldi che i cittadini già versano nelle casse dello Stato?
Per capire la reale portata del fenomeno, è necessario guardare ai freddi numeri della spesa tributaria nel nostro Paese. In Italia, le entrate tributarie annue dello Stato si aggirano intorno all’impressionante cifra di 652 miliardi di euro: risorse ingenti che escono materialmente dalle tasche dei contribuenti per entrare nella disponibilità della pubblica amministrazione.
Spalmando questa cifra sull’intera popolazione, neonati compresi, si ottiene un prelievo medio di circa 11.050 euro a testa. Se si volge lo sguardo a modelli spesso citati dalla sinistra progressista, come la Spagna, il divario salta subito all’occhio: a Madrid le entrate tributarie si fermano a 395 miliardi di euro, pari a una media pro capite di circa 8.061 euro. Un cittadino spagnolo, in sostanza, lascia al proprio Stato tremila euro in meno all’anno rispetto a un italiano.
L’anomalia nostrana diventa ancora più evidente se allarghiamo il perimetro dell’analisi alle grandi economie dell’Unione Europea attraverso i dati Eurostat sulla pressione fiscale. L’Italia si colloca stabilmente ai vertici dell’UE-27, con un peso del fisco che si attesta intorno al 42,6% del PIL, superando abbondantemente sia la media dell’Unione Europea (40,4%) sia quella della stessa Area Euro (40,9%). Siamo ben oltre il livello di tassazione della Germania (ferma al........
