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Eroi e miti del nostro tempo nella raccolta di “arcana”

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12.03.2026

Ripubblicate le voci complete di De Turris e Fusco per la storica enciclopedia del fantastico della Sugar.

La casa editrice Sugar (poi diventata SugarCo) ha lasciato anche nel campo della letteratura fantastica un’impronta significativa su un cammino che soltanto dopo anni sarebbe stato intrapreso da altre realtà culturali ed editoriali: tra il 1969 e il 1971 pubblicava in due volumi un’enciclopedia intitolata “Arcana” e dedicata al “meraviglioso, l’erotica, il surreale, il nero, l’insolito”. Nella redazione di questa opera l’editore Massimo Pini dava ampio spazio – con una fiducia lungimirante – a due giovani, Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, che insieme avevano intrapreso un approfondimento degli autori e dei temi dell’Immaginario del nostro tempo. Fu una decisione che rispecchiava lo spirito della Sugar: casa editrice che, in sintonia con la vivacità intellettuale dell’area socialista, si faceva promotrice di una cultura laica, antidogmatica e nello stesso tempo interessata ai temi del “meraviglioso” e dell’inesplorato. All’epoca De Turris e Fusco erano poco più che ventenni, in seguito si sarebbero affermati come i più autorevoli interpreti italiani di maestri del Pensare Immaginativo come Lovecraft, Tolkien, Howard. Insieme curarono 42 voci nel primo volume, 23 nel secondo: ritratti che riletti a distanza di tempo testimoniano la capacità di centrare, con sintesi efficaci, la “equazione personale” insieme alla cifra stilistica di ogni autore. La voce su Lovecraft è un’autentica monografia, quella su Tolkien anticipa la traduzione integrale de “Il Signore degli Anelli” nel presentare al pubblico italiano il bardo della Terra di Mezzo. Parliamo al presente di queste tracce critiche su un genere che sfida il tempo cronologico perché oggi la Casa Editrice La Torre ha compiuto un’interessante operazione ripubblicando tutte le voci di De Turris e Fusco, con una postfazione di Pietro Guarriello, ma senza modificare il testo originario: “Voci Arcane. Un dizionario del fantastico” il titolo della raccolta. Questa scelta evidenzia la profondità dell’ermeneutica dei due giovani (all’epoca) interpreti e nello stesso tempo restituisce la freschezza di un quinquennio molto particolare: quello che va dall’ultima stagione “spensierata” degli Anni Sessanta, prima della Contestazione Globale, al periodo più incandescente dell’inizio degli Anni Settanta. Erano i tempi dello Sbarco sulla Luna, ma anche dell’esplodere del grande interesse per moderni forgiatori di miti come Tolkien o Howard, in una miscela alchemica decisamente effervescente tra futurismo e nostalgia per una dimensione arcaica dell’anima. Il mosaico di autori descritti dimostra che la Mitopoiesi, la capacità di immaginare figure archetipiche di eroi, antagonisti, maghi, saggi, demiurghi non ha mai abbandonato l’uomo neppure nel periodo di più profonda secolarizzazione. Così se il Peter Pan di Barrie propone l’archetipo del Puer, il Mago di Oz di Baum già annuncia un mito del futuro con Tik-Tok (nome decisamente d’attualità…), l’uomo di rame. Karel Čapek, un autore venuto dalla Boemia, antica terra di alchimisti ed evocatori di Golem, è colui che tiene a battesimo il nome “robot” e, guarda caso, è lo stesso che descrive l’ansia della comparsa di una nuova specie che cerca di sostituire l’uomo. Poi vi sono i miti che evocano il ritorno della natura selvaggia nel cuore dell’epoca dei grattacieli, come quello di Tarzan, “il re delle scimmie”, di Burroughs. Riguardo a questo sovrano di un mondo primordiale che in itinere scopre di essere un Lord, De Turris e Fusco riportano un dato interessante: Kipling fu lusingato dall’idea che questo popolare eroe novecentesco fosse nato dalla ispirazione del suo “Libro della Giungla, ma in realtà il papà letterario di Tarzan, Burroughs, riferisce una citazione più arcaica: la leggenda dei gemelli Romolo e Remo, abbandonati alla vita selvaggia del Lazio, allattati da una Lupa prima di diventare eroi fondatori della Città per eccellenza. L’incursione nella dimensione barbarica non può trascurare il genio di Howard, creatore di Conan il Barbaro e i due autori della rassegna non mancano di ricordare anche un suggestivo illustratore della figura del cimmero, ovvero l’italo-americano Frank Frazetta, capace di trasmettere attraverso i suoi disegni l’inquietudine di un mondo in bilico tra l’estrema decadenza di un antico splendore e la “barbarie ritornante” di vichiana memoria: una cartolina illustrata di una crisi di civiltà che potrebbe essere spedita anche ai nostri giorni… Un mondo dominato da forze oscure, ma anche da luminose alleanze tra “esseri di buona volontà” è sicuramente quello immaginato da Tolkien. Nella Terra di Mezzo, l’alleanza tra quattro generi di creature (elfi, uomini, nani e infine Hobbit) fa da argine al male che si manifesta come seduzione di un Potere oscuro. Viceversa, in un mondo come il nostro che, dopo aver ceduto a tutte le seduzioni anche degli anelli di metallo più vile, è giunto al limitare del caos si avverte un profondo bisogno di giustizieri, di restauratori dell’ordine violato: emergono così Mandrake di Phil Davis o Batman, che Bob Kane descrive nella versione originaria con suggestivi tratti gotici e dark. Ma nessun giustiziere potrà cancellare l’inquietudine di un futuro che prospetta all’umanità la prova del fuoco della sua problematica sopravvivenza. Così già Shiel agli inizi del Novecento immagina la vita di pochi scampati a una velenosa nube purpurea che cancella la civiltà umana come la conosciamo. Mentre altri autori propongono visioni meno apocalittiche di una “Galattopoli” governata da supercomputer (Intelligenza Artificiale diremmo oggi…) o conquiste di Marte, con racconti che avranno magari affascinato qualche “visionario” iperattivo venuto dal Sud Africa. Sono queste solo alcune delle miriadi di suggestioni che possono essere colte nella lettura piacevolissima e scorrevole dei ritratti di Fusco e De Turris. D’altra parte va detto che gli stessi autori analizzati sono in fondo… dei personaggi del fantastico. La loro psicologia oscilla tra gli estremi di una esuberanza avventurosa (come Bierce che scompare dopo aver progettato di unirsi ai rivoluzionari di Pancho Villa), fino ai caratteri diciamo così “problematici” di un Howard che pone fine alla sua esistenza dopo la morte della madre o di Lovecraft che inverte il giorno con la notte e scrive ispirato da sogni/incubi che straripano nella sua crepuscolare coscienza di veglia. A proposito di Lovecraft i due autori colgono un aspetto fondamentale: l’orrore nel maestro di Providence non è episodico, non deriva da contingenze. L’orrore è frutto di una visione dell’universo come Caos, come scontro perpetuo di forze cieche che fanno emergere l’umanità come la fugace schiuma di un’onda. L’orrore vero è il caos senza senso. E tuttavia diciamo anche che la radice più profonda di quella emozione primordiale che è la paura per Lovecraft deriva dall’Ignoto, dunque dalla percezione di un Mistero che potrebbe anche essere ulteriore rispetto al caos. Forse a questo ignoto “Oltre” accenna una delle formule letterarie più ispirate di Lovecraft: “Non è morto ciò che può attendere in eterno e col volgere di strani eoni anche la morte può morire”. Anche un altro maestro del fantastico “metafisico” ovvero Borges coltiva la credenza fondamentale che il mondo sia un caos senza alcun senso possibile. E tuttavia quando diventa cieco, Borges con una intuizione carica di certezza interiore coglie il carattere provvidenziale di quell’evento “karmico” e dichiara che per un autore di racconti fantastici la cecità è tutt’altro che un handicap, dal momento che essa lascia lo spirito più libero di esplorare gli abissi dell’immaginazione. Ma allora dal fondo del caos emerge un ordine esistenziale più profondo, come dire: “Ordo ab chao”. Una sintesi finale che i due autori, giovani all’epoca della prima edizione ed oggi “giovani in spirito” forse condivideranno…


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